Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”


Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..





“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “





Pino Ciampolillo


lunedì 8 luglio 2013

UFFICIO STAMPA COMUNE DI CATANIA SITUAZIONE DI CONFLITTO DI INTERESSE DANNO ERARIALE

Sezione giurisdizionale d'appello per la Sicilia

sent. n. 181 del 24/05/2013

Presidente: S. CILIA
Estensore: V. DEL ROSARIO

[Omissis]
[Omissis]
DIRITTO
Preliminarmente, il Collegio Giudicante rileva l’infondatezza dell’eccezione di prescrizione (già respinta dal Giudice di primo grado), che è stata riproposta in grado d’appello dal sindaco Scapagnini e dagli assessori Nicotra, Fatuzzo, Forzese, D’Agata, D’Asero, Sardo e Sudano nonché dal dott. Reale (direttore del personale), i quali avevano contribuito all’approvazione della deliberazione di Giunta n.1611 del 27.9.2004, con cui era stato conferito l’incarico professionale nell’ambito dell’Ufficio Stampa, per il periodo dal 23.10.2004 al 22.10.2005, alla giornalista Petrina Michela.
A tal proposito, si osserva che le Sezioni Riunite della Corte dei Conti hanno recentemente sancito nella sentenza n.14/2011/Q.M. (al cui contenuto questa Sezione d’Appello ritiene di adeguarsi) che il “dies a quo” della prescrizione dell’azione di responsabilità amministrativa per il risarcimento del danno erariale riconducibile all’effettuazione di una spesa, ritenuta illegittima dal P.M. contabile, va individuato nella data in cui l’Amministrazione ha effettuato il pagamento, considerato che soltanto in tale momento la “deminutio patrimonii” è venuta ad assumere le caratteristiche della certezza, della concretezza e dell’attualità.
Orbene, rilevato che:
i pagamenti dei compensi alla giornalista Petrina sono avvenuti in epoche successive alla decorrenza (23.10.2004) dell’incarico professionale conferitole con la deliberazione n.1611/2004;
gli amministratori sopra indicati sono stati tutti ritualmente costituiti in mora dal Comune di Catania (su richiesta del P.M. contabile) in date anteriori al 16.10.2009;
l’azione di responsabilità amministrativa è stata esercitata dalla Procura nei confronti dei medesimi amministratori nell’anno 2010;
appare evidente che non risulta maturata alcuna prescrizione quinquennale dell’azione risarcitoria.
* * * * *
Passando alla disamina delle problematiche inerenti la prima delle partite di danno che erano state contestate dal P.M. nell’atto di citazione e che sono state oggetto della sentenza n.4126/2011, ossia quella correlata ai conferimenti, asseritamente illegittimi ed ingiustificati, da parte della Giunta Municipale, degli incarichi di collaborazione professionale ai giornalisti esterni temporaneamente assegnati all’Ufficio Stampa del Comune di Catania, il Collegio Giudicante rileva che tutte le parti private appellanti hanno sostenuto che la Sezione di primo grado non avrebbe tenuto conto del fatto che tale Ufficio presentava oggettive carenze d’organico.
Orbene, esaminata la documentazione acquisita al fascicolo processuale, si osserva quanto segue.
Con deliberazione n.1711 del 24.12.2002 la Giunta Municipale aveva istituito, ai sensi dell’art. 58 della L.R. n.33/1996, dell’art. 9 della legge statale n.150/2000 e dell’art. 127 della L.R. n.2/2002, l’Ufficio Stampa.
Dal punto di vista organizzativo, la pianta organica del predetto Ufficio era stata oggetto, nel tempo, di alcune variazioni.
In particolare, mentre con la deliberazione di Giunta n.566 del 19.5.2003 si era stabilito che la dotazione organica dell’Ufficio Stampa venisse incrementata da una a cinque unità di personale con profilo professionale di “redattore capo”, con la successiva deliberazione n.459 del 26.4.2005 (concernente la “rideterminazione della pianta organica del personale del Comune di Catania”) il numero dei “redattori capo” veniva ridotto da cinque a due unità.
Orbene, dalla documentazione acquisita al fascicolo processuale si desume che:
il dott. Sebastiano Molino, avente il profilo professionale ed il trattamento economico di “redattore capo” secondo il C.C.N.L. dei giornalisti, venne nominato, con provvedimento del sindaco prot. n.30/0341 del 12.3.2003, capo dell’Ufficio Stampa;
il medesimo Molino venne successivamente collocato in posizione di “aspettativa non retribuita” per il periodo dal 16.3.2004 all’11.3.2008;
la sig.ra Francesca Pavano, anch’essa avente, sin dal 9.6.2003, il profilo professionale ed il trattamento economico di “redattore capo” secondo il C.C.N.L. dei giornalisti, venne nominata capo dell’Ufficio Stampa, in sostituzione del Molino, con provvedimento del sindaco prot. n.03/0539 del 14.5.2004.
Appare, quindi, evidente che:
nell’arco temporale dal marzo 2004 al marzo 2008, la Pavano era l’unica dipendente comunale in possesso del profilo professionale di “redattore capo” (che costituiva la sola qualifica prevista nell’ambito della dotazione organica “di diritto” dell’Ufficio Stampa del Comune di Catania), che prestava effettivamente servizio in tale Ufficio;
conseguentemente, dei posti di “redattore capo” previsti nella pianta organica uno risultava concretamente privo di copertura (in quanto il Molino era in posizione di aspettativa non retribuita).
In tale peculiare contesto, ad avviso del Collegio Giudicante, non veniva ad assumere alcuna significativa rilevanza la circostanza che presso l’Ufficio Stampa prestassero, di fatto, attività lavorativa anche i sig.ri Di Guardo Salvatore e Di Marco Francesco.
Infatti, si trattava di dipendenti comunali che avevano il profilo professionale ed espletavano le mansioni, rispettivamente, di “collaboratore amministrativo-informatico” e di “addetto alle pubbliche relazioni”, ragion per cui (anche se risultava che si fossero da tempo autonomamente iscritti all’albo dei giornalisti pubblicisti) non potevano vantare alcuna pretesa ad essere adibiti alle mansioni superiori di “redattore capo”.
Né può ragionevolmente sostenersi che la Giunta comunale, in carenza di uno specifico rapporto fiduciario, che deve necessariamente intercorrere con i soggetti addetti all’espletamento dei delicati compiti in questione (in grado d’influire in maniera rilevante anche sull’immagine esterna dell’Ente), fosse tenuta (per il solo fatto che il Di Guardo ed il Di Marco risultavano essersi iscritti all’albo dei giornalisti pubblicisti) ad attribuire temporaneamente all’uno od all’altro le mansioni di “redattore capo” (in luogo di quelle, di livello inferiore, per l’espletamento delle quali erano stati assunti in servizio presso il Comune), al fine di sopperire all’assenza del dott. Molino.
Sulla base di tali elementi, il Collegio Giudicante reputa, quindi, che, relativamente al periodo dal 23.10.2004 al 22.10.2005, non sia ravvisabile alcun concreto danno erariale, dato che, a fronte dell’assenza dall’Ufficio Stampa del Molino (e, quindi, in presenza di un’oggettiva scopertura d’organico), risulta che la Giunta Municipale abbia conferito un solo incarico di collaborazione professionale (più precisamente, alla giornalista professionista Petrina Michela, destinataria della deliberazione n.1611 del 27.9.2004).
La situazione appare, invece, ben diversa per i periodi: dall’1.5 al 31.12.2006, dal 30.3 al 31.5.2007, dal 27.8 al 31.12.2007, dall’1.1 al 31.3.2008.
Infatti, per quanto riguarda il periodo dall’1.5 al 31.12.2006, risulta che, a fronte di una scopertura d’organico pari ad una sola unità di personale con qualifica di redattore capo, l’Amministrazione ha conferito due incarichi di collaborazione a giornalisti esterni.
Pertanto, nel mentre può ritenersi sostanzialmente giustificato il primo incarico, ossia quello attribuito a Petrina Michela, appare illegittimo e superfluo il secondo incarico, ossia quello conferito a Iozzia Giovanni.
Ne consegue che la spesa di € 39.849,03, corrispondente al compenso erogato allo Iozzia, viene a configurarsi come danno erariale, scaturito (come già rilevato dal Giudice di primo grado, con motivazioni che questa Sezione condivide) dall’adozione della deliberazione n.719/2006, con la quale la Giunta aveva stabilito definitivamente di dar corso all’incarico in questione (che inizialmente era stato conferito allo Iozzia con la deliberazione n.617/2006, poi revocata nelle more di approfondimenti istruttori).
A tal proposito, il Collegio Giudicante osserva che risultano infondate le rimostranze formulate dagli appellanti Caruso, Zappalà, Vasta e Gulino, i quali hanno sostenuto che il Giudice di primo grado non avrebbe tenuto in adeguata considerazione la circostanza che la deliberazione n.719/2006 doveva ritenersi, di per sé, illegittima (in quanto la Giunta non avrebbe potuto disporre che si desse attuazione a quanto statuito con la precedente deliberazione, già oggetto di revoca) e quindi non sarebbe stata eseguibile.
Risulta, infatti, inequivocabilmente che la Giunta con la deliberazione n.719/2006 ha sostanzialmente inteso provvedere “ex novo” ad attribuire l’incarico di collaborazione professionale in esame allo Iozzia.
D’altronde, i medesimi Caruso, Zappalà, Gulino avevano partecipato anche all’approvazione della precedente deliberazione n.617/2006, con cui si era inizialmente deciso di conferire l’incarico allo Iozzia.
Proseguendo nella trattazione, il Collegio Giudicante reputa che considerazioni analoghe a quelle poc’anzi esposte valgano relativamente anche agli altri periodi sopra specificati, durante i quali l’organico dell’Ufficio Stampa continuava a presentare una scopertura pari ad una sola unità di personale.
Pertanto, rilevato che:
per il periodo dal 30.3 al 31.5.2007 la Giunta ha conferito tre incarichi esterni, rispettivamente, ai giornalisti Iozzia Giovanni (con la deliberazione n.381/2007), Petrina Michela (con la deliberazione n.382/2007) e Lazzaro Danzuso Giuseppe (con Ia deliberazione n.383/2007);
per il periodo dal 27.8 al 31.12.2007 sono stati ugualmente conferiti tre incarichi professionali, rispettivamente, ai giornalisti Iozzia (con la deliberazione n.1425/2007), Petrina (con la deliberazione n.1426/2007) e Lazzaro Danzuso (con Ia deliberazione n.1427/2007);
per il primo trimestre 2008 sono stati conferiti incarichi ai giornalisti Iozzia (con la deliberazione n.2088/2007, avente effetto per l’intero periodo), Petrina (con la deliberazione n.2089/2007, anch’essa avente effetto per l’intero periodo) e Lazzaro Danzuso (con Ia deliberazione n.242/2008, avente effetto limitatamente al periodo dall’1.2 al 31.3.2008);
il Collegio Giudicante reputa che, mentre possono considerarsi sostanzialmente giustificati gli incarichi conferiti allo Iozzia (mediante le deliberazioni n.381 del 30.3.2007, n.1425 del 27.8.2007, n.2088 del 31.12.2007), risultano oggettivamente superflui e privi di effettiva utilità gli ulteriori incarichi che la Giunta aveva contestualmente deciso d’attribuire alla Petrina ed al Lazzaro Danzuso.
Ne consegue che le spese sostenute dall’Amministrazione comunale di Catania, ammontanti, rispettivamente, ad:
€ 15.015,85 (per effetto della deliberazione n.382 del 30.3.2007);
€ 10.694,94 (per effetto della deliberazione n.383 del 30.3.2007);
€ 23.468,20 (per effetto della deliberazione n.1426 del 27.8.2007);
€ 10.668,34 (per effetto della deliberazione n.1427 del 27.8.2007);
€ 12.030,33 (per effetto della deliberazione n.2089 del 31.12.2007);
€ 2.099,20 (per effetto della deliberazione n.242 dell’1.2.2008);
costituiscono (come già ritenuto dalla sentenza di primo grado) danno erariale.
Ad avviso di questa Sezione, risultano palesemente infondate le argomentazioni delle parti appellanti, secondo cui, avendo i predetti giornalisti effettivamente prestato la loro attività professionale nell’ambito dell’Ufficio Stampa, il Giudice contabile, nel quantificare il danno erariale scaturito dagli incarichi illegittimamente conferiti ai medesimi con le predette deliberazioni, dovrebbe tener conto dei vantaggi che sarebbero stati, comunque, conseguiti dall’Amministrazione comunale.
A tal proposito, si osserva che, come sottolineato dalla consolidata giurisprudenza di questa Sezione (v., ex plurimis, le sentenze: n.206 del 2008, n.101 e n.195 del 2010), non può ravvisarsi alcuna utilità giuridicamente apprezzabile nell’ipotesi in cui una P.A. abbia conferito temporanei incarichi professionali a soggetti esterni, senza tener conto dell’effettivo livello di scopertura del proprio organico e, quindi, in palese eccedenza rispetto alle reali esigenze di una determinata struttura burocratica.
Nella fattispecie in esame non può esservi alcun dubbio sul fatto che, essendo previsti nella dotazione organica dell’Ufficio Stampa due sole unità di personale con profilo professionale di “redattore capo” (v. la deliberazione di Giunta n.459 del 26.4.2005, che aveva modificato quanto precedentemente stabilito in proposito dalla deliberazione n.566 del 19.5.2003) e risultando una temporanea scopertura di una sola unità (per effetto del collocamento in aspettativa non retribuita del Molino), l’Amministrazione non potesse legittimamente conferire incarichi professionali in misura eccedente tale unità.
Il Collegio Giudicante reputa, pertanto, che i comportamenti tenuti dal sindaco, dai componenti della Giunta e dal direttore del personale, che, di volta in volta, hanno contribuito all’adozione delle deliberazioni (sopra specificate), con le quali sono stati conferiti incarichi di collaborazione professionale in eccedenza rispetto all’effettiva scopertura d’organico dell’Ufficio Stampa, siano stati caratterizzati da grave negligenza ed inescusabile superficialità.
Contrariamente a quanto sostenuto dagli amministratori appellanti, i profili di colpa grave insiti nei loro comportamenti non possono ritenersi attenuati dal fatto che le proposte di delibera, che venivano sottoposte all’esame della Giunta Municipale, fossero corredate dal parere di regolarità tecnica espresso dal direttore del personale, od, in alcuni casi, dal vice segretario generale, oppure da altre assai generiche attestazioni.
A parte il fatto che tali pareri erano scarni e sostanzialmente privi di motivazione (nonché talora intrinsecamente contraddittori, come nel caso di quello allegato alla deliberazione n.719 del 20.6.2006), va sottolineato che, trattandosi di provvedimenti concernenti conferimenti di incarichi professionali a soggetti esterni all’Amministrazione (e, quindi, di deliberazioni di particolare rilevanza e delicatezza anche per i loro notevoli riflessi finanziari), costituiva ineludibile dovere di ciascun componente della Giunta quello di verificare accuratamente e personalmente quali fossero le reali scoperture d’organico dell’Ufficio Stampa.
In pratica, sarebbe bastato esaminare la pianta organica dell’Ufficio (così come rideterminata dalla deliberazione n.459 del 26.4.2005), da cui si desumeva che erano previsti due soli posti con qualifica di redattore capo, e prendere atto che soltanto uno dei due posti era scoperto (per effetto del collocamento in aspettativa del Molino), per giungere alla conclusione che, con riferimento ad un determinato periodo, poteva considerarsi giustificato il conferimento di un solo incarico professionale.
D’altro canto, tale attività di verifica era indubbiamente agevole per soggetti che erano (od avrebbero dovuto essere) a conoscenza dei presupposti normativamente previsti per il conferimento di incarichi a soggetti esterni all’Amministrazione, considerato che essi ricoprivano la carica di assessore di un importante Comune, quale quello di Catania, che, all’epoca, già notoriamente versava in una situazione finanziaria assai precaria.
Analoghe considerazioni valgono anche per quanto riguarda il dott. Reale, il quale, in qualità di direttore del personale (e, quindi, di soggetto perfettamente in grado di conoscere le problematiche organizzative dell’Ufficio Stampa), ha espresso in maniera assai negligente e superficiale pareri favorevoli in ordine all’adozione delle delibere sopra specificate, le quali hanno comportato spese prive di concreta utilità e, dunque, foriere di danno erariale.
Ne consegue che risultano prive di fondamento le censure che le parti appellanti hanno rivolto alla sentenza n.4126/2011 relativamente all’affermata sussistenza della colpa grave.
A questo punto, considerato che (mentre la Sezione di primo grado ha riconosciuto la sussistenza di danno erariale in relazione a tutte le varie deliberazioni di conferimento degli incarichi ai giornalisti esterni) questa Sezione d’Appello ha ravvisato (per le ragioni sopra ampiamente illustrate) la sussistenza di danno soltanto con riferimento alle seguenti deliberazioni:
n.719 del 20.6.2006 (adottata con i voti favorevoli espressi dal sindaco Scapagnini e dagli assessori Zappalà, Vasta, Santamaria, D’Antoni, Drago, Caruso, Gulino, De Felice, Siciliano e Lo Giudice nonché con il conforme parere in ordine alla regolarità tecnica reso dal direttore del personale Reale), limitatamente alla spesa di € 39.849,03, corrispondente al compenso effettivamente erogato al giornalista Iozzia Giovanni per il periodo dall’1.5 al 31.12.2006;
n.382 del 30.3.2007 (adottata con i voti favorevoli espressi dal sindaco Scapagnini e dagli assessori Passanisi, Zappalà, Fatuzzo, Vasta, Rotella, Drago ed Arena nonché con il conforme parere in ordine alla regolarità tecnica reso dal direttore del personale Reale), comportante una spesa di € 15.015,85, corrispondente al compenso effettivamente erogato alla giornalista Petrina Michela per il periodo dal 30.3 al 31.5.2007;
n.383 del 30.3.2007 (adottata con i voti favorevoli espressi dal sindaco Scapagnini e dagli assessori Passanisi, Zappalà, Fatuzzo, Vasta, Rotella, Drago ed Arena nonché con il conforme parere in ordine alla regolarità tecnica reso dal direttore del personale Reale) comportante una spesa di € 10.694,94, corrispondente al compenso effettivamente erogato al giornalista Lazzaro Danzuso Giuseppe per il periodo dal 30.3 al 31.5.2007;
n.1426 del 27.8.2007 (adottata con i voti favorevoli espressi dal sindaco Scapagnini e dagli assessori Zappalà, Fatuzzo, Vasta, Grasso, Brancato, Santamaria, Schillaci, Nicotra, Indaco, Rotella, Arena e Tafuri nonché con il conforme parere in ordine alla regolarità tecnica reso dal direttore del personale Reale), comportante una spesa di € 23.468,20, corrispondente al compenso erogato alla giornalista Petrina Michela per il periodo dal 27.8 al 31.12.2007;
n.1427 del 27.8.2007 (adottata con i voti favorevoli espressi dal sindaco Scapagnini e dagli assessori Zappalà, Fatuzzo, Vasta, Grasso, Brancato, Santamaria, Schillaci, Nicotra, Indaco, Rotella, Arena e Tafuri nonché con il conforme parere in ordine alla regolarità tecnica reso dal direttore del personale Reale), comportante una spesa di € 10.668,34, corrispondente al compenso erogato al giornalista Lazzaro Danzuso Giuseppe per il periodo dal 27.8 al 31.12.2007;
n.2089 del 31.12.2007 (adottata con i voti favorevoli espressi dal sindaco Scapagnini e dagli assessori Zappalà, Fatuzzo, Vasta, Grasso, Brancato, Oliva, Rotella ed Arena nonchè con il conforme parere in ordine alla regolarità tecnica reso dal vice segretario generale dott. Salvatore Nicotra), comportante una spesa di € 12.030,33, corrispondente al compenso effettivamente erogato alla giornalista Petrina Michela per il periodo dall’1.1 al 31.3.2008;
n.242 dell’1.2.2008 (adottata con i voti favorevoli espressi dal sindaco Scapagnini e dagli assessori Zappalà, Fatuzzo, Vasta, Grasso, Garofalo, Brancato, Oliva, Schillaci, Nicotra, Indaco, Rotella, Arena e Tafuri nonché con il conforme parere in ordine alla regolarità tecnica reso dal vice segretario generale dott. Nicotra), comportante una spesa di € 2.099,20, corrispondente al compenso effettivamente erogato al giornalista Lazzaro Danzuso Giuseppe per il periodo dall’1.2 al 31.3.2008,
deve procedersi alla rideterminazione del complessivo onere risarcitorio da porre (eventualmente) a carico di ciascuno dei soggetti (ricompresi tra quelli sopra elencati) che erano stati condannati dalla Sezione di primo grado e che hanno proposto appello.
Ciò premesso, il Collegio Giudicante rileva, in primo luogo, che nessun onere risarcitorio deve gravare su: D’Agata Rosario, D’Asero Antonino, De Mauro Ignazio, Forzese Marco, Sardo Gaetano e Sudano Domenico, i quali risultano aver partecipato, in qualità di assessori comunali, esclusivamente all’approvazione della deliberazione di Giunta n.1611 del 27.9.2004, che questa Sezione d’Appello ha ritenuto (per le ragioni sopra illustrate) non produttiva di danno erariale.
Tali soggetti (condannati in primo grado al pagamento di € 4.850,30 ciascuno) debbono, quindi, essere assolti.
Nei confronti di ciascuno di essi deve, altresì, provvedersi (ai sensi dell’art. 10 bis, comma 10, del D.L. 30.9.2005, n.203, conv. in L. 2.12.2005, n.248, e successive modifiche ed integrazioni) alla liquidazione degli onorari e dei diritti di difesa (ai fini del loro rimborso da parte del Comune di Catania) nelle misure di: € 600,00, per il giudizio di primo grado, ed € 800,00, per il giudizio d’appello, importi da maggiorarsi di I.V.A. e C.P.A..
Per quanto riguarda i soggetti ritenuti da questa Sezione d’Appello responsabili di danno erariale, gli oneri risarcitori vengono rideterminati nelle seguenti misure:
€ 6.638,30 a carico di Arena Giuseppe;
€ 3.781,56 a carico di Brancato Mario Luciano;
€ 3.320,75 a carico di Caruso Francesco;
€ 3.320,75 a carico di D’Antoni Orazio;
€ 2.856,74 a carico di Drago Filippo Maria;
€ 6.638,30 a carico di Fatuzzo Fabio;
€ 3.781,56 a carico di Grasso Silvana;
€ 3.320,75 a carico di Gulino Stefania;
€ 2.578,26, a carico di Indaco Mario;
€ 2.578,26, a carico di Nicotra Antonino;
€ 1.343,24, a carico di Oliva Vincenzo;
€ 2.856,74, a carico di Passanisi Luigi;
€ 6.638,30 a carico di Rotella Domenico;
€ 5.759,07 a carico di Santamaria Salvatore;
€ 9.959,05 a carico di Scapagnini Umberto;
€ 2.578,26, a carico di Schillaci Carmela Adele Rita;
€ 6.638,30 a carico di Vasta Giovanni;
€ 9.959,05 a carico di Zappalà Giuseppe;
€ 8.615,81 a carico di Reale Carmelo.
Restano confermati le modalità ed i criteri, già specificati nella sentenza di primo grado, per il computo sui predetti oneri risarcitori della rivalutazione monetaria e degli interessi legali.
Ad avviso di questa Sezione, considerate la grave negligenza e la notevole superficialità che hanno caratterizzato, senza significative differenziazioni, i comportamenti di tutti i soggetti sopra elencati, non sussistono i presupposti per l’applicazione in favore dei medesimi dell’invocato “potere riduttivo dell’addebito”, di cui all’art. 52 del R.D. n.1214/1934.
Il Collegio Giudicante reputa infine necessario sottolineare che, per effetto delle argomentazioni sopra esposte, debbono intendersi “assorbite”, in quanto ritenute non influenti ai fini della decisione, le ulteriori problematiche prospettate dalle parti presenti in giudizio.
* * * * *
Deve ora procedersi alla disamina dei motivi d’appello proposti da Emanuele Vincenzo (ex commissario straordinario del Comune di Catania) e da Reale Carmelo (ex direttore del personale) avverso il capo della sentenza n.4126/2011, con cui la Sezione di primo grado li ha condannati al risarcimento del danno scaturito dalla deliberazione n.184 del 31.3.2008, con cui l’Emanuele, su proposta e con il parere favorevole di regolarità tecnica formulati dal Reale, aveva disposto, ritenendo applicabile l’art. 3, comma 92, della legge statale n.244/2007, che i giornalisti esterni Petrina, Iozzia e Lazzaro Danzuso continuassero a prestare la loro attività professionale nell’ambito dell’Ufficio Stampa per il periodo dall’1.4 al 30.6.2008, in vista di una loro ipotetica “stabilizzazione” in base al combinato disposto dell’art. 3, comma 90, della medesima legge e dell’art. 1, comma 558, della L. n.296/2006.
A tal proposito, il Collegio Giudicante osserva che:
l’art. 3, comma 90, della L. n.244/2007 dispone che: “Fermo restando che l’accesso ai ruoli della P.A. è comunque subordinato all’espletamento di procedure selettive di natura concorsuale o previste da norme di legge…, per gli anni 2008 e 2009…: b) le amministrazioni regionali e locali possono ammettere alla procedura di stabilizzazione di cui all’art. 1, comma 558, della L. n.296/2006 anche il personale che consegua i requisiti di anzianità di servizio ivi previsti, in virtù di contratti stipulati anteriormente alla data del 28.9.2007”;
l’art. 3, comma 92, della medesima legge stabilisce che: “Le Amministrazioni di cui al comma 90 continuano ad avvalersi del personale in questione nelle more delle procedure di stabilizzazione”;
a sua volta, l’art. 1, comma 558, della L. n.296/2006 dispone che: “A decorrere dall’entrata in vigore della presente legge, gli Enti Pubblici di cui al comma 557, fermo restando il rispetto delle regole del patto di stabilità interno, possono procedere, nei limiti dei posti disponibili in organico, alla stabilizzazione del personale non dirigenziale in servizio a tempo determinato da almeno tre anni, anche non continuativi, o che consegua tale requisito in virtù di contratti stipulati anteriormente alla data del 29.9.2006 o che sia stato in servizio per almeno tre anni, anche non continuativi, nel quinquennio anteriore alla data d’entrata in vigore della presente legge, nonché del personale di cui al comma 1156, lett. f, purchè sia stato assunto mediante procedure selettive di natura concorsuale o previste da norme di legge. Alle iniziative di stabilizzazione del personale assunto a tempo determinato mediante procedure diverse si provvede previo espletamento di prove selettive”.
Orbene, dalla normativa in esame si evince chiaramente che i potenziali destinatari delle procedure di stabilizzazione (da effettuarsi nel rispetto delle regole del patto di stabilità interno e nei limiti dei posti disponibili nell’organico di ciascun Ente) potevano essere esclusivamente soggetti che fossero stati assunti in servizio alle dipendenze di Amministrazioni Pubbliche mediante contratti di lavoro subordinato di tipo precario e che potessero, altresì, vantare una determinata anzianità di servizio, maturata entro un arco temporale prestabilito.
Ciò premesso, risulta inequivocabilmente dagli atti che i giornalisti Petrina, Iozzia e Lazzaro Danzuso non erano mai stati assunti alle dipendenze del Comune di Catania mediante contratti di lavoro subordinato di tipo precario.
Infatti, come sottolineato in tutte le varie deliberazioni di Giunta sopra ripetutamente menzionate, i predetti giornalisti:
erano sempre rimasti soggetti esterni all’Amministrazione comunale;
erano stati destinatari di temporanei incarichi di collaborazione professionale, senza alcun vincolo di subordinazione, loro conferiti in via prettamente fiduciaria dalla Giunta Municipale.
Ne consegue che risulta palesemente destituita di qualsiasi fondamento giuridico nonché intrinsecamente contraddittoria la tesi prospettata nell’appello dell’Emanuele, secondo cui non si sarebbe potuto escludere che “i predetti giornalisti esterni potessero essere oggetto della futura procedura di stabilizzazione, previo espletamento nei loro riguardi di procedure selettive di assunzione”.
Il Collegio Giudicante reputa, quindi, pienamente condivisibili le argomentazioni contenute nella sentenza n.4126/2011, con cui la Sezione di primo grado ha evidenziato che i giornalisti Petrina, Iozzia e Lazzaro Danzuso non potevano rientrare affatto nella cerchia del personale dipendente precario eventualmente stabilizzabile, ragion per cui i medesimi non potevano essere mantenuti in attività presso l’Ufficio Stampa, ai sensi dell’art. 3, comma 92, della L. n.244/2007, in vista di una loro ipotizzata (ma giuridicamente non praticabile) stabilizzazione.
Tenuto conto di quanto sopra esposto, il Collegio Giudicante reputa che, contrariamente a quanto sostenuto dall’Emanuele e dal Reale, non possano esservi dubbi sul fatto che i loro comportamenti siano stati caratterizzati da inescusabili negligenza e superficialità.
Infatti, trattandosi di funzionari professionalmente molto qualificati e dotati di lunga esperienza maturata in posizioni apicali nell’ambito della P.A., essi avrebbero dovuto rendersi conto agevolmente che, in base alla normativa vigente, le istanze inoltrate dai predetti giornalisti erano pretestuose e prive di qualsiasi giuridico fondamento.
Conclusivamente, il Collegio Giudicante conferma la statuizione con cui la sentenza n.4126/2011 ha condannato l’Emanuele ed il Reale al risarcimento “pro quota” (in misura di € 14.511,86 ciascuno) del danno (ammontante complessivamente ad € 29.023,72) patito dal Comune di Catania per effetto della deliberazione n.184 del 31.3.2008.
* * * * *
Deve ora esaminarsi l’appello incidentale proposto dalla Procura regionale avverso il capo della sentenza n.4126/2011, con cui la Sezione di primo grado ha rigettato la domanda risarcitoria che era stata formulata nei confronti del Reale, al quale il P.M. aveva contestato il danno erariale (ammontante ad € 53.896,93) scaturito dal fatto che egli, in qualità di direttore del personale del Comune di Catania, aveva continuato ad erogare (sino al 31.8.2008, quand’era cessato da tale carica) ai funzionari comunali di ruolo addetti all’Ufficio Stampa, ossia al dott. Molino Sebastiano (rientrato in servizio a partire dall’11.3.2008, dopo un lungo periodo di aspettativa non retribuita) ed alla sig.ra Pavano Francesca, il trattamento economico di “redattore capo”, nonostante che, con sentenza della Corte Costituzionale n.189 del 20.6.2007, fosse stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 127, comma 2, della L.R. n.2/2002, nella parte in cui disponeva che ai soggetti in servizio presso gli Uffici Stampa degli Enti Locali siciliani spettavano la qualifica ed il trattamento retributivo di “redattore capo” secondo il C.C.N.L. dei giornalisti.
La Sezione di primo grado ha ritenuto insussistenti i profili di responsabilità a carico del Reale, sostenendo che nel comportamento del medesimo non fossero ravvisabili i connotati della colpa grave, in quanto egli s’era trovato ad operare in un contesto normativo e giurisprudenziale complesso ed indubbiamente non univoco.
Nel proporre appello, il P.M. ha ribadito le contestazioni rivolte al Reale, affermando che la Sezione di primo grado avrebbe erroneamente ritenuto insussistente la colpa grave nel comportamento del predetto funzionario.
Infatti, il Reale:
da un lato, avrebbe dovuto incondizionatamente attenersi alle statuizioni contenute nella suddetta sentenza della Corte Costituzionale e, quindi, revocare immediatamente al Molino ed alla Pavano il trattamento economico di “redattore capo”, da essi fruito in base al C.C.N.L. dei giornalisti, attribuendo ai medesimi funzionari addetti all’Ufficio Stampa quello previsto per la categoria d’appartenenza dal C.C.N.L. in vigore per il personale degli Enti Locali;
da un altro lato, non avrebbe dovuto neppure dare applicazione al “contratto collettivo per l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali negli Uffici Stampa degli Enti Locali siciliani”, che (a seguito di procedure avviate subito dopo l’emanazione della sentenza della Corte Costituzionale n.189/2007) era stato sottoscritto in data 24.10.2007, con l’intervento dell’Assessorato regionale alla Presidenza, dell’A.N.C.I. Sicilia, dell’Unione Regionale delle Province Siciliane, della F.N.S.I., della F.I.E.G. e dell’Associazione Siciliana della Stampa, ed era stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana il 16.11.2007.
Sotto quest’ultimo profilo, il P.M. ha affermato che il contratto collettivo in questione doveva ritenersi radicalmente invalido, in quanto stipulato da soggetti (quali quelli sopra elencati) che sarebbero stati privi di giuridica legittimazione a disciplinare il trattamento giuridico ed economico spettante ai dipendenti degli Enti Locali.
Il Reale ha replicato alle contestazioni rivoltegli dal P.M., ribadendo di aver agito in assoluta buona fede ed in un contesto normativo di difficile decifrazione.
Ad avviso del Collegio Giudicante, l’appello proposto dalla Procura non è meritevole d’accoglimento.
A tal proposito, deve evidenziarsi che:
con la sentenza n.189/2007 del 20.6.2007 la Corte Costituzionale s’era limitata a dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 127, comma 2, della L.R. n.2/2002, nella parte in cui prevedeva che: ”In sede di prima applicazione, ai giornalisti addetti agli Uffici Stampa già esistenti presso gli Enti Locali, di cui all’art. 1 della L.R. n.10/1991, sono attribuiti la qualifica ed il trattamento economico di redattore capo, in applicazione del C.C.N.L. dei giornalisti ed in sintonia con l’art. 72 della L.R. n.41/1985”, trattandosi di disposizione ritenuta in contrasto con il principio generale secondo cui il trattamento economico dei dipendenti pubblici con rapporto di lavoro privatizzato dev’essere disciplinato dalla contrattazione collettiva e non può essere stabilito direttamente dalla legge;
era, tuttavia, rimasto pienamente in vigore il primo comma dell’art. 127 della medesima legge regionale n.2/2002, secondo cui: “Negli Uffici Stampa degli Enti Locali l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione collettiva, da svolgersi presso l’Assessorato regionale alla Presidenza, in osservanza del contratto collettivo n.1 giornalistico F.N.S.I.-F.I.E.G.”;
pertanto, subito dopo l’emanazione della predetta sentenza della Corte Costituzionale, erano state avviate le procedure per la stipula di un apposito contratto collettivo riguardante i dipendenti addetti agli Uffici Stampa degli Enti Locali ubicati in Sicilia;
tali procedure, attivate “in osservanza delle disposizioni di cui all’art. 127, comma 1, della L.R. n.2/2002”, erano sfociate nella stipula, avvenuta il 24.10.2007 (con l’intervento dell’Assessorato regionale alla Presidenza, dell’A.N.C.I. Sicilia, dell’Unione Regionale delle Province Siciliane, della F.N.S.I., della F.I.E.G. e dell’Associazione Siciliana della Stampa), del “contratto collettivo per l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali negli Uffici Stampa degli Enti Locali siciliani”, pubblicato nella G.U. del 16.11.2007;
dopo aver stabilito la decorrenza, la durata e le modalità applicative delle disposizioni ivi contenute ed aver individuato i profili professionali (ivi compreso quello di redattore capo), il predetto contratto collettivo aveva predisposto, all’art. 6, una disciplina transitoria, secondo cui: “Fermo restando quanto stabilito nell’art. 2, le presenti disposizioni, per omogeneità di trattamento, al verificarsi delle condizioni di cui all’art. 4, si applicano anche al personale giornalistico di ruolo, con il mantenimento delle qualifiche professionali già possedute, che risulti già inquadrato negli Uffici Stampa”.
In sostanza, considerato che il Reale s’era trovato ad operare in un contesto giuridico che era in evidente fase evolutiva e che inoltre appariva di non agevole decifrazione (come dimostrato anche dalla giurisprudenza oscillante dell’epoca, citata nella sentenza della Sezione di primo grado), non può ritenersi che il medesimo avesse agito con grave negligenza e con inescusabili superficialità e scriteriatezza.
Risulta, infatti, plausibile la tesi difensiva prospettata dal Reale, secondo cui:
egli aveva, dapprima, ragionevolmente ritenuto di dover attendere gli sviluppi delle procedure che erano state immediatamente avviate (subito dopo l’emanazione della sentenza della Corte Costituzionale n.189 del 20.6.2007) per la stipula, in base all’art. 127, comma 1, della L.R. n.2/2002 (non coinvolto nella dichiarazione d’incostituzionalità), del “contratto collettivo per l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali negli Uffici Stampa degli Enti Locali siciliani”, poi effettivamente sottoscritto, dopo qualche mese, in data 24.10.2007;
aveva successivamente applicato in buona fede tale contratto, che, all’art. 6, aveva previsto una disciplina transitoria, che espressamente consentiva il mantenimento in favore del personale giornalistico di ruolo, già inquadrato negli Uffici Stampa degli Enti Locali siciliani, delle qualifiche professionali e dei trattamenti economici fruiti, ivi compreso quello di redattore capo.
A ciò deve aggiungersi che, soltanto in epoca successiva alla cessazione del Reale dalle funzioni di direttore del personale del Comune di Catania, erano stati individuati e segnalati dall’ARAN e dal Dipartimento della Funzione Pubblica profili d’incompatibilità con l’ordinamento giuridico generale del suddetto contratto stipulato in sede regionale il 24.10.2007 ed era stato, quindi, definitivamente acclarato che al personale addetto, con qualifica di giornalista, agli Uffici Stampa delle province e dei comuni siciliani doveva essere applicato il regime giuridico ed economico dei dipendenti degli Enti Locali.
Va, infine, sottolineato che anche dopo il 31.8.2008 (epoca di cessazione dal servizio del Reale) e sino al dicembre del 2009 (ossia quand’era stata definitivamente acclarata l’applicabilità del C.C.N.L. dei dipendenti degli Enti Locali al personale addetto agli Uffici Stampa) il Molino e la Pavano avevano continuato a fruire del trattamento economico di redattore capo, previsto dal contratto dei giornalisti, senza che il nuovo direttore del personale del Comune di Catania avesse obiettato alcunchè.
Tale circostanza costituisce ulteriore riprova che, sino ad allora, la problematica in esame non era stata affatto chiara e di agevole soluzione.
Conclusivamente, il Collegio Giudicante reputa che non sia meritevole d’alcuna censura il capo della sentenza n.4126/2011 che ha dichiarato l’insussistenza di colpa grave nel comportamento tenuto dal Reale nello specifico contesto in esame.
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Ultima problematica da trattare è quella relativa alla rifusione delle spese processuali da parte dei soggetti che sono stati ritenuti responsabili d’aver cagionato danno erariale.
A tal proposito, risulta che numerose parti appellanti hanno contestato la statuizione contenuta nella sentenza n.4126/2011, che ha disposto, senz’addurre alcuna motivazione, la loro condanna “in solido”, anziché “pro quota”, al pagamento delle spese processuali in favore dello Stato (ivi quantificate in complessivi € 14.346,43).
Il Collegio Giudicante reputa che tali rimostranze siano fondate, non essendovi alcuna ragione giuridica che, nella fattispecie in esame, possa giustificare la predetta condanna “in solido” pronunziata dal Giudice di primo grado.
Ne consegue che le spese processuali, relative sia al giudizio di primo grado (così come quantificate nella sentenza n.4126/2011) sia a quello d’appello (come liquidate nel dispositivo della presente sentenza), debbono essere suddivise in parti uguali tra tutti i soggetti nei cui confronti risulta definitivamente sancito l’obbligo di risarcire il danno erariale.
[Omissis]

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