Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”


Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..





“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “





Pino Ciampolillo


sabato 22 luglio 2017

IL POPOLO INQUINATO NON PIANGE, MA LOTTA WE SHALL OVERCOME

PRIOLO INQUINAMENTO AMBIENTALE - Video Dailymotion













 IL POPOLO INQUINATO NON PIANGE, MA LOTTA WE SHALL OVERCOME



A sua eccellenza il prefetto di Siracusa


Al portavoce M5s
Commissione Ambiente della camera dei deputati on. Claudia Mannino



Al portavoce M5s
Commissione Affari sociali e Sanità della camera dei deputati on. Giulia Grillo



All'assessore regionale all'Ambiente Maria Rita Sgarlata


All'Assessore regionale alla Sanità Rita Borsellino


Al presidente IV Commissione Ambiente Ars Giampiero Trizzino


Al portavoce M5s Commissione Antimafia Ars on. Stefano Zito


Ai sindaci del quadrilatero industriale: Rizza, Palmeri, commissari di Augusta


Alla procura di Siracusa


Alle procure antimafia
Palermo



Alla corte dei conti


Alla comunità Europea




Il 15 aprile dello scorso 2012 una delegazione del movimento 5 stelle di Siracusa, Melilli, Priolo, Augusta, guidata dalla dott.ssa Mara Nicotra, ricercatore esperto in problematiche ambientali della IV Commissione Ambiente M5S Siracusa, incontra il presidente della IV Commissione Ambiente dell'Ars Giampiero Trizzino (M5S) per attenzionare l'inquinamento industriale dell'aria siracusana di natura delle raffinerie.


La Nicotra spiega a Trizzino, con dati scientifici alla mano, che taluni degli inquinanti emessi in atmosfera dalle industrie petrolchimiche ed immessi nell’aria ambiente, anche potenzialmente ad attività cancerogena con possibili conseguenti effetti sulle comunità limitrofe alla fonte di emissione, non sono normati dall'attuale decreto nazionale (155/2010) sulla qualità dell'aria ambiente.


Tra l’altro, parte di essi vengono emessi nel corso degli sfiaccolamenti continui delle torce degli impianti, le quali, ben visibili anche a distanza, restano accese senza apparente motivo data la loro funzione di sistemi di sicurezza. Da ciò deriva la necessità che nelle aree industriali oltre ai classici inquinanti dell’aria ambiente urbana, come NOx e SO2, assumono particolare incidenza anche altre sostanze, tipo benzene “orario”, acido solfidrico, specifici idrocarburi non metanici e mercaptani, abbondantemente presenti, ogni ora del giorno, come ampiamente rilevato, nelle aree a rischio siciliane.


Il problema non sta ovviamente nella predisposizione di qualche decreto, spiega Gioacchino Genchi, chimico già dirigente del Servizio “Tutela dall’inquinamento atmosferico” del dipartimento ambiente della regione siciliana – come si ricorderà rimosso dall’incarico per non aver, tra l’altro, concesso la realizzazione di un mega inceneritore (500 mila tonnellate) che doveva sorgere a Punta Cugno dentro lo stabilimento Enel Augusta, accanto ad altri 4 grandi impianti di combustione, Gespi, Oikothen, Buzzi, Unicem, ma nella assenza totale di un piano complessivo di risanamento ambientale, nonostante che nel 1995 fossero stati predisposti i piani per le aree a rischio di Siracusa e Gela ed il Ministero dell’Ambiente avesse stanziato per essi 100 e 40 miliardi di lire, il cui utilizzo rimane ancora “materia oscura”.


Analoga è la situazione per la terza area della regione dichiarata a rischio nel 2002 che comprende i 6 comuni del Comprensorio del Mela. In questo caso il piano di risanamento non è mai stato redatto ed i 7.500.000 euro stanziati dall’ARTA per il piano e gli interventi formano anch’essi “materia oscura”.


Nel 2007, invece, l’ARTA approva con un decreto assessoriale un c.d. piano regionale di risanamento ambientale dell'aria, che alla prova dei fatti risulta il frutto di un copia incolla dell’omologo della regione Veneto (peraltro già bocciato dalla Commissione Europea) e di numerosi altri documenti. Si apre un putiferio mediatico, partono le inchieste, ma il piano è ancora, incredibile ma vero, sul sito web dell’ARTA, nonostante le numerose audizioni e processi in atto, che confermano l'irresponsabilità dei soggetti controllori.
Su questa vicenda il deputato all'Ars (M5S) Stefano Zito presenta 2 interrogazioni parlamentari e in un tavolo prefettizio dichiara che nel quadrilatero siracusano oltre ad non esserci i dovuti controlli negli impianti, carenti e poco attendibili sono le centraline sulla qualità dell'aria, considerato che su 365 giorni l’anno funzionano forse per la metà..


Si evidenzia anche il grande conflitto di interessi che esiste tra ASP-industrie e comuni del quadrilatero industriale siracusano. Nel senso che non solo manca una normativa ad hoc riguardante l'inquinamento industriale dell'aria che si respira, ma i comuni consentono ancora all'industria, attraverso il Cipa (Consorzio per la protezione Ambiente degli industriali), di stare all'interno di una rete di rilevamento pubblica attraverso un protocollo di intesa istituito nel 2005 per contrastare tale inquinamento. 



Ci chiediamo: è normale che chi deve essere controllato diventi controllore di se stesso? 



E’ normale che l'industria attraverso il Cipa, il cui presidente è anche il coordinatore del registro tumori della Sicilia orientale, debba controllare la qualità dell'aria delle centraline della provincia alla stessa stregua di una Arpa, che è l’organo di controllo istituzionale? Ma allora è per questo motivo che l'Asp Siracusa non fa correlazioni tra il dato ambientale e patologie tumorali nonostante Arpa e provincia inviano loro i dati degli inquinanti petrolchimici non normati ma comunque rilevati?


Ma come fanno i sindaci che rappresentano la massima autorità sanitaria a non intervenire quando si verifica un picco orario di benzene (ben noto cancerogeno) o quando sanno chi delle industrie ha causato l’incidente o emesso sostanze chimiche maleodoranti?


Come fanno a tacere e non intervenire sapendo che la gente del quadrilatero sta morendo di cancro? Ma perché ogni qualvolta che si registra uno sforamento di PM10 subito scatta l’allarme e invece per il benzene, l’H2S e gli idrocarburi non metanici, mai?


Non è mai avvenuto neanche quando esisteva il decreto regionale 888/17 detto “codice di autoregolamentazione”, che avrebbe dovuto far abbassare alle aziende l’emissioni di idrocarburi non metanici ogni qualvolta superavano 200 ug/m3 ogni 3 ore. Ma questo limite era vincolato all’Ozono, quindi il tutto si attribuiva allo smog urbano. In ogni caso tale decreto non ha mai funzionato!


Ma chi sono i Sindaci? Politici alla stessa stregua di tutti gli altri che occupano posti di governo o di opposizione a Palermo e a Roma e che fino ad oggi non hanno mosso un dito per risolvere il problema. Dallo stato dell’arte emerso dai dati dello scorso convegno del 25 luglio possiamo ancora fidarci della politica?
Vorremmo dire di si, ma abbiamo perso ogni speranza, ed allora riversiamo tutta la nostra aspettativa verso le Procure, e già un primo segnale forte lo abbiamo ottenuto. Non a caso il 25 luglio al convegno abbiamo avuto l’onore e il piacere di vedere la presenza del dott. Francesco Paolo Giordano, procuratore capo della procura del tribunale di Siracusa che ascoltava le relazioni scottanti dei nostri relatori, ove emergevano situazioni veramente drammatiche, come ad esempio il caso per cui ogni ora del giorno si registrano concentrazioni cancerogene di benzene soprattutto a Priolo.


Si evidenziano i giorni: 25 dicembre 2009 ove la popolazione priolese è stata costretta a respirare per ben 15 ore consecutive oltre 450 ug/m3 di benzene e l'8 marzo 2013 per la festa delle donne in cui si riscontrano oltre 700 ug/m3 di benzene per 19 ore consecutive (Nicotra, 2014-Che aria tira nel quadrilatero siracusano? Un decreto per normare-pubbl. Convegno 25 luglio Siracusa).


Ci viene di affermare che questo è un omicidio se ci dovesse venire un cancro (cit. Don Palmiro Prisutto), poiché la soglia cancerogena espressa dalla letteratura scientifica non deve superare 260 ug/m3 di benzene al giorno che equivale ad una soglia bassa di benzene di 0,26mg/m3 (Crum & Allen 1984; Paxton et al. 1994) .


La conferma che esiste un nesso tra cancro e inquinamento industriale è stato il tema della relazione del prof. Burgio dell’ECERI.


Queste sostanze, a Priolo, tra l’altro, sono presenti contemporaneamente nelle stesse ore del giorno ad altri composti tossici e odorigeni, quali l’idrogeno solforato e talune classi di idrocarburi non metanici. Stessa situazione si riscontra ad Augusta, Melilli e Belvedere.


Dalla correlazione dei dati monitorati in ciascuna di queste stazioni viene fuori che all'aumentare dell'H2S aumentano in modo esponenziale anche gli idrocarburi non metanici, mentre, a Melilli, a differenza di Priolo, all'aumentare del benzene aumenta in modo esponenziale l'H2S.


Tali dati vengono confermati in maniera ancora più incisiva dal direttore dell'Arpa Siracusa dott. Gaetano Valastro, il quale, da relatore anch'egli al convegno, ha anche lamentato che ogni anno alla struttura vengono diminuite sempre più risorse umane e finanziarie.


Sarà un caso?


Ci chiediamo:



voluto da chi?


Perché la regione siciliana non è intervenuta negli anni sugli aspetti gestionali dell’ARPA?


Perché l’ARTA non ha esercitato, come dovuto, la vigilanza sull’operato dell’ARPA, sulla deriva dei controlli ambientali, ecc. , che via via ne hanno depotenziato le già limitate attività a tutto vantaggio dei “controllati”?


In un documento Arpa (vedi allegato) pervenuto all’Assemblea Regionale Siciliana su richiesta dell’on. Angela Foti della IV Commissione Ambiente emerge che il benzene nelle stazioni industriali siracusane supera quasi sempre il limite annuale che è 5 ug/m3 (decreto 155/2010).


Se così è, allora come si spiega che il prof. Sciacca presidente Cipa e del registro tumori di mezza Sicilia possa affermare che l’aria della zona industriale di Priolo, Melilli e Augusta è OK? Che le polveri sottili derivano dal deserto e che tumori derivano dai metalli pesanti dell’Etna?


Non vi sembrano queste affermazioni offensive per il “POPOLO INQUINATO”?


Ad Augusta Don Palmiro Prisutto ogni 28 del mese celebra una messa funebre ricordando quanti giovani e bambini muoiono per cancro. Don Palmiro sta dimostrando che ogni 2 decessi uno è morto per cancro.






 




Il 18 maggio 2013 Melilli (SR) viene invasa dall’ennesima nube tossica di mercaptani L'odore nauseabondo già ad una concentrazione di oltre 20 ug/m3 dalle ore 12 alle ore 22:30 circa, infastidisce parecchi residenti e come al solito le industrie del petrolchimico siracusano davano come risposta al prefetto e al sindaco di Melilli Pippo Cannata "qui tutto a posto".


Come se non sapessimo che solo 2 raffinerie nel territorio siracusano: Esso e Isab producono tale sostanza.


Due giorni dopo all’Isab impianti Nord muore un operaio di Priolo per aver respirato in maniera off limits dell'acido solfidrico probabilmente ad una concentrazione oltre 500 ppm, proveniente da un guasto dell'impianto da cui veniva prodotto questo gas dall’azione tossica simile all’acido cianidrico. E se per un verso l’evento luttuoso ripropone ancora una volta in maniera drammatica il problema della sicurezza degli impianti ad alto rischio di incidenti rilevanti, per altro verso va considerato che le concentrazioni misurate a Melilli, Priolo e Belvedere dell’acido solfidrico vanno oltre 70
ugNm3 e cioè oltre la soglia odorigena fissata dall'OMS che e' 7ug/Nm3. Un ulteriore conferma alla richiesta che detto inquinante, normato in fase emissiva, debba trovare altrettanti limiti normativi, in atto mancanti, anche a livello di aria ambiente. 




 Ci chiediamo a cosa servono i controlli alle emissioni, ammesso che siano sufficientemente adeguati, se le multinazionali titolari degli impianti se ne infischiano di sistemare i loro impianti nel rispetto dell’adozione delle migliori tecnologie disponibili e la fanno sempre franca anche quando ci scappa il morto?


A seguito di questo incidente il 26 maggio 2013 la IV Commissione Ambiente della regione siciliana si riunisce ad un tavolo tecnico al comune di Melilli e, acquisito lo stato dell'arte sulla cattiva qualità dell'aria del quadrilatero industriale, il presidente Trizzino e il deputato Zito fanno notare ai presenti (industrie, deputati regionali, Arpa, Asp, Sindacati, Sindaci) che è evidente che c'è stato uno spreco di denaro pubblico dagli anni 90 ad oggi e che un intervento di risanamento e/o di bonifica non è stato mai fatto. Gli stessi dopo qualche giorno sporgono denuncia, specificando che nel territorio di Siracusa sono spariti in totale 100 miliardi delle vecchie lire del piano di risanamento mai attuato in quest’area così come i 40 miliardi per l’area di Gela, ricordando anche le mancate bonifiche per le quali nel 2005 vennero stanziati 770 milioni di euro dall’allora ministro dell’ambiente Prestigiacomo Si ricorderà, infatti, che l’accordo di programma prevedeva anche la riconversione e riqualificazione degli impianti, le bonifiche sia per i fondali al mercurio della rada di Augusta che per i suoli e i pozzi al benzene di Priolo, oltre che la previsione di dare respiro pure al Porto Grande di Siracusa e complessivamente all’intera area industriale. Purtroppo apprendiamo dai tavoli tecnici prefettizi che quell'accordo di programma non
andò avanti perché solo Isab partecipò alla transazione con ben 30 milioni di euro. In un siffatto scenario dove il principio del “chi inquina paga” è platealmente violato gli unici a pagare, con la vita però, sono i residenti e gli operai che lavorano negli stabilimenti industriali. Tutto ciò è pure scritto nell’Atlante regionale sanitario e gli studi epidemiologici di recente pubblicazione su Sentieri ne confermano la veridicità.



Le inchieste e le interrogazioni parlamentari di Stefano Zito continuano, così come quelle dell'on. Amoddio, dalla quale attraverso la stampa si apprende che di quei 770 milioni di euro ne sono rimasti solo 50 mila nei fondi CIPE. Ci chiediamo: il resto in quale tasca sono finiti?





Nel frattempo montano le proteste e le azioni legali del "popolo inquinato" di Gela, Milazzo e Priolo. Un consigliere comunale Giuseppe Marano viene denunciato da ENI per procurato allarme ad un risarcimento di 400 milioni di euro, mentre a Gela la stessa ENI chiede a David Melfa un risarcimento di un milione di euro per lo stesso motivo.


E’ mai possibile che quando c'è qualcuno che difende la salute dei cittadini viene perseguitato piuttosto che protetto?


Sarà vero che a distanza di 9 lunghi e funesti anni il ministero all'Ambiente mette a disposizione i primi 115 milioni di euro per le bonifiche del Sin di Priolo? Oppure è solo passerella politica come è successo in passato con i soldi della bonifica della rada di Augusta? basteranno?


O sono stati stanziati solo sulla carta come precedentemente fatto?


E gli altri soldi, quelli sbandierati nel 2005 dall'ex ministro all'ambiente Prestigiacomo durante la sua bella campagna elettorale chi li ha intascati? Certo di stranezze se ne vivono tante al punto tale che il successore della Prestigiacomo, Clini, è stato arrestato per aver intascato mazzette per 600 milioni di euro inerente lo scandalo idrico che lo legava alla Libia.


Il 13 settembre Mara Nicotra, cittadina anch'essa del popolo inquinato di Siracusa, Priolo, Melilli e Augusta, stanca di morire di puzza e di veder morire amici, genitore e parenti di cancro a causa degli inquinanti industriali immessi nell'aria, presenta a sua eccellenza il prefetto di Siracusa un esposto, con tutta una serie di proposte operative da realizzare al più presto possibile nel nostro territorio. Come per es. implementare centraline di rilevamento aria; estromettere il Cipa dalla rete pubblica di
monitoraggio dell'aria; potenziare Arpa Siracusa di risorse umane e finanziarie; realizzare un Simage con telerilevamento e sistema delle emergenze; realizzare una normativa riguardante, a livello di immissioni nell’aria ambiente gli inquinanti odorigeni e cancerogeni di derivazione delle raffinerie con sistemi di allarme e sanzioni previste per le industrie ree; far correlare all’Asp il dato ambientale con patologie tumorali; eliminare l’effetto bolla dai camini; adottare sistemi efficaci di controllo quali-quantitativi degli inquinanti emessi dalle torce, realizzare piano di risanamento aria; riconvertire impianti verso una chimica verde. Ma ad oggi non si è fatto nulla.



Il 26 settembre 2013 l’on. Trizzino convoca a Palermo un'altra Audizione di Commissione per far rimuovere dal sito web dell’ARTA quell’indecoroso piano di risanamento regionale dell'aria frutto del copia e incolla dal piano della regione Veneto e da altre fonti, tanto denunciato da numerose associazioni ambientaliste (Legambiente, Decontaminazione Sicilia, AugustAmbiente, Isola Pulita, CGIL, ecc.) chiamando a rispondere l'assessore all'ambiente regionale del tempo Mariella Lo Bello, In quel contesto, fu chiesto all'assessore Lo Bello di rimuovere quel piano e fu posto il problema di intervenire a livello normativo su taluni inquinanti caratteristici dell’aria ambiente nelle aree industriali. L'assessore fu costretta ad ammettere la copiatura di parti del piano e si impegnò a convocare a breve termine un tavolo tecnico per le questioni normative. Da li a poco, in una successiva audizione, l'assessore si rimangiò ogni cosa e non diede poi seguito a nessuno degli impegni presi. 





Da allora (dicembre 2013) un'altra audizione su questo tema non si è più fatta.
Il 20 maggio 2014, Mara Nicotra, vittima di un altro cancro in famiglia, muore il fratello Mauro di anni 57, rompe il silenzio assordante da parte della regione siciliana, e sempre più imperterrita presenta una denuncia alla procura di Siracusa, allegando i risultati di uno studio sulla cattiva qualità dell'aria e del grosso conflitto di interessi che si muove tra industria, politica e Asp.


Nel frattempo la procura rinvia a giudizio Isab per aver avvelenato le falde acquifere di Melilli e per aver riscontrato ettari e ettari di terreno che galleggia sugli idrocarburi.


Ora il "popolo inquinato" di Siracusa, Priolo, Melilli, Augusta, Gela e Milazzo dice basta a questo sterminio generato da un sistema di criminalità politico-mafiosa organizzata e pretende di essere ascoltato. Sta a Lei caro assessore Sgarlata dimostrare nei fatti e con azioni concrete di non volere seguire le strade battute dai suoi predecessori. Sta a Lei dimostrare di voler portare avanti tutte quelle azioni tecniche, scientifiche, legali e legislative cui i suoi predecessori si sono sottratti di adempiere. Ritiri una volta per tutte l’obbrobrio del piano copiato, avvii, anche con la collaborazione delle associazioni ambientaliste e dei comitati civici, la realizzazione di un piano di risanamento ambientale sulla qualità dell’aria che affronti, tra le prime problematiche, la valutazione a livello di immissioni nell’aria ambiente di limiti tabellari alle sostanze odorigene e cancerogene dei petrolchimici. Una bozza di proposta è stata illustrata al convegno del 25 luglio a Siracusa dalla dott.ssa Nicotra.


IL POPOLO INQUINATO NON PIANGE, MA LOTTA WE SHALL OVERCOME




Popolo inquinato del quadrilatero siracusano
Popolo inquinato di Gela
Popolo inquinato di Milazzo
Meetup "Costruiamo insieme M5S Siracusa"
IV Commissione Ambiente meetup "Costruiamo insieme M5s Siracusa"
Comitato Ambiente Belvedere
Movimento 5 stelle Priolo
Movimento 5 stelle Melilli- Villasmundo- Città Giardino
Movimento 5 stelle Augusta
AugustAmbiente
Decontaminazione Sicilia
ECERI
Comitato Cittadino Isola Pulita




Firmatari referenti impegnanti nella battaglia in prima persona:


Arturo Andolina referente popolo inquinato del quadrilatero siracusano
David Melfa: referente popolo inquinato di Gela
Giuseppe Marano referente popolo inquinato di Milazzo
Rosario Messina portavoce del meetup “Costruiamo insieme M5S Siracusa”
Lina Zanchì portavoce del meetup “Costruiamo insieme M5S Siracusa”
Mara Nicotra: referente IV Commissione Ambiente meetup “Costruiamo insieme M5S
Siracusa”
Massimo Marino referente Comitato Ambiente Belvedere
Giorgio Pasqua portavoce M5S Priolo
Domenico la Scala portavoce del M5S Melilli-Villasmundo-Città Giardino
Giusy Chiaramonte portavoce del comitato Priolo Verde
Padre Palmiro Prisutto
Sarah Marturana attivista M5S Augusta
Mauro Caruso attivista M5S Augusta
Luigi Solarino presidente AugustAmbiente
Pino Pisani presidente Decontaminazione Sicilia
Gioacchino Genchi, già dirigente chimico Regione Siciliana
Mario Casella responsabile mailing list Decontaminazione Sicilia
Ernesto Burgio ricercatore e responsabile ECERI
Pino Ciampolillo Comitato Cittadino Isola Pulita




Premesso che: 




- con D.P.C.M. del 30/11/1990, cioè quasi 25 anni fa, i territori dei comuni di Siracusa, Priolo, Melilli, Augusta, Floridia e Solarino e quelli dei comuni di Gela, Butera e Niscemi venivano dichiarati “Aree ad Elevato Rischio di crisi Ambientale”; 




- con due D.P.R. del 17/01/1995, cioè più di 19 anni fa, venivano approvati i rispettivi Piani di Disinquinamento, destinando loro, nell’ordine, le somme di 100 e di 40 miliardi di lire; 





- a gennaio del 1996 venivano istituiti i Comitati di Coordinamento per le due Aree per l’attuazione dei Piani; 




- a novembre del 1996 il Ministero dell’Ambiente trasferiva alla Regione Siciliana le somme complessive di 100 e 40 miliardi, di cui l’ARTA, a fine dicembre, impegnava 300 milioni in favore del Comitato di Coordinamento di Siracusa e 28 milioni per quello di Caltanissetta; 




- nel corso degli anni 1997-1999 venivano sostenute soltanto spese per il funzionamento dei Comitati di Coordinamento e delle relative Segreterie; 




- stante l’inerzia della Regione Siciliana, in data 21/07/2000 il Ministero dell’Interno emanava l’Ordinanza n. 3072 ex art.12, con la quale toglieva ogni potere alla Regione, nominava Commissari, per la realizzazione degli interventi delle due Aree, i Prefetti di Siracusa e Caltanissetta e disponeva che le somme relative fossero trasferite sulle contabilità speciali intestate ai Commissari; 




- con D.A. n. 50/GAB del 04/09/2002 l’ARTA dichiarava area ad elevato rischio di crisi ambientale i territori dei comuni del comprensorio del Mela (Condrò, Gualtieri Sicaminò, Milazzo, Pace del Mela, S. Filippo del Mela, Santa Lucia del Mela, San Pier Niceto), istituiva la "Commissione Stato-Regione, Provincia, Enti locali, per la definizione del piano di risanamento ambientale e rilancio economico del Comprensorio del Mela" e stanziava € 7.500.000 per la redazione del Piano e per gli interventi da adottare;
- al 31/12/2004 scadevano i termini delle dichiarazioni ministeriali per le aree di Siracusa e Gela ed i compiti dei Prefetti-Commissari; le somme erogate dall’ARTA ammontavano 





• Commissario Delegato per Siracusa € 30.829.827,35; 





• Comune di Siracusa € 68.238,87; 





• Comitato di Coordinamento di Siracusa circa € 875.000; 





• Commissario Delegato per Caltanissetta € 8.263.310,38; 





• Comitato di Coordinamento di Caltanissetta circa € 140.000;

- restavano disponibili le somme: 





• per l’Area di Siracusa, circa € 19.878.623,79; 





• per l’Area di Caltanissetta, circa € 11.894.965,58.




- con i DD.AA. 189/GAB e 190/GAB del 11/07/2005 l’ARTA emanava una nuova dichiarazione di aree a rischio per le aree di Siracusa e Caltanissetta;


- Con Delibera di Giunta n. 306 del 29/06/2005 veniva istituito l’Ufficio Speciale “Aree ad elevato rischio di crisi ambientale” che assorbiva tutte le competenze dei Prefetti-Commissari, dei Comitati di Coordinamento e della Commissione Stato- Regione, Province ed Enti Locali;




- Con Delibera di Giunta n. 257 del 14/07/2009 l’Ufficio veniva soppresso in ragione della “vastità e complessità delle problematiche ambientali che informano i territori ricadenti nelle Aree…”;




- Con D.P.Reg. n. 5/Area 1/S.G. del 17/01/2011 veniva ricostituito l’Ufficio Speciale, questa volta denominato “Sportello unico per il risanamento delle aree ad elevato rischio di crisi ambientale nel territorio regionale – Agenda 21 – Amianto”, sempre sotto la direzione dello stesso dirigente;




- Al 31/12/2012 l’Ufficio Speciale veniva definitivamente chiuso ed articoli di stampa riportavano notizie in merito ad indagini in corso da parte della Procura della Repubblica di Catania;




- Con D.A. n. 176/GAB del 09/08/2007 l’ARTA approvava il c.d. “Piano Regionale di Coordinamento per la tutela della qualità dell’aria ambiente”, che alla verifica dei fatti risultava frutto di un “collage” di copia ed incolla di ampie parti del Piano di Risanamento della qualità dell’aria della Regione Veneto dell’anno 2000, peraltro già bocciato dalla Commissione Europea, e di numerosi documenti già editi da altri Enti;



- In particolare, dalla semplice analisi comparativa della documentazione e dal conteggio delle righe copiate il c.d. Piano Siciliano risulta composto per l’85-91% da righe interamente copiate dal Piano del Veneto e da altre fonti;


- Incredibile ma vero, a distanza di 7 anni il c.d. Piano figura ancora inserito nel sito web dell’ARTA come documento/strumento di programmazione istituzionale in tema di qualità dell’aria, nonostante che le ripetute denunce delle Associazioni ambientaliste ne abbiano da tempo richiesto il ritiro e che, da ultimo, sia intervenuta la sentenza di condanna del Tribunale di Palermo ad 1 anno ed 8 mesi nei confronti del dirigente responsabile della sua redazione, sentenza che fa riferimento alle numerose e vistose copiature ivi presenti;




e considerato che



- sulle Aree di Siracusa e Caltanisetta, a fronte degli ingenti finanziamenti erogati dal Ministero dell’Ambiente, nulla è dato a sapere in merito a: se i Piani originari (del 1995) sono stati attuati ed in che parte, se essi sono stati aggiornati ed attuati ed in che parte, quale utilizzo hanno avuto i finanziamenti erogati e qual è la consistenza delle somme se ed ancora disponibili, se e quali interventi strutturali di ordine impiantistico in situ, oltre che normativi ed amministrativi, sono stati adottati nel tempo e da quando le competenze sono ritornate all’ARTA (gli ultimi 2 anni) per contrastare e ridurre l’inquinamento atmosferico e delle altre matrici ambientali;




- sull’Area del Comprensorio del Mela, a fronte del finanziamento stanziato dall’ARTA nel 2002, nulla è dato a sapere in merito a: se è stato redatto il Piano di Risanamento, quale utilizzo ha avuto il finanziamento originario e qual è l’eventuale consistenza delle somme se ed ancora disponibili, se e quali interventi strutturali di ordine impiantistico in situ, oltre che normativi ed amministrativi sono stati adottati nel tempo e da quando le competenze sono ritornate all’ARTA (gli ultimi 2 anni) per contrastare e ridurre l’inquinamento atmosferico e delle altre matrici ambientali;

- da 14 anni a questa parte, solo a voler focalizzare il periodo dai commissariamenti ministeriali in poi, senza per questo dimenticare lassismi, inerzie ed inadempienze precedenti, si è assistito ad una girandola di ben 11 assessori all’ARTA e di un numero quasi analogo di dirigenti generali al dipartimento ambiente, tutti distintisi per annunci e dichiarazioni di intenti rimasti puntualmente disattesi;

- i risultati riguardo alle Aree a rischio, alla tutela della qualità dell’aria ed alla salvaguardia della salute delle popolazioni esposte sono al cospetto di tutti e si sintetizzano oggi in 2 ex Presidenti della Regione (Cuffaro e Lombardo) e 4 ex assessori dell’ARTA (Cascio, Interlandi, Sorbello e Di Mauro) sotto processo per omessi interventi antismog, nel Piano della qualità dell’aria copiato, inattuabile e pur tuttavia non revocato, nel sistema dei controlli e, in generale del sistema ARPA, ultradeficitario (a fronte di finanziamenti POR 2000-2006 di € 36.307.052 e POR FERS 2007-2013 di € 35.000.000), il tutto nell’incredibile scenario che la tutela dall’inquinamento atmosferico non ha mai figurato né continua a figurare tra gli obiettivi strategici dell’ARTA (!!!).








le Organizzazioni ed i Comitati scriventi, per i motivi su esposti e con l’urgente priorità che la situazione necessita, chiedono al Sig. Assessore di fissare un incontro nei prossimi giorni (prima della metà di agosto), riservandosi fin d’ora di intraprendere ogni ulteriore passo presso le Autorità competenti perché si accertino una buona volta responsabilità e responsabili riguardo a mancati interventi, inerzie, lassismi, spreco di risorse economiche e quant’altro ai danni dell’ambiente e della salute della gente, con particolare riferimento ai Piani di risanamento fasulli ed alle Aree dichiarate ad elevato rischio ambientale. 






IL POPOLO INQUINATO NON PIANGE, MA LOTTA WE SHALL OVERCOME






GELA,GIORDANO, ISOLA DELLE FEMMINE, Italcementi, M5S, MILAZZO, PETROLCHIMICO, MANNINO,AUGUSTA MELILLI,PRIOLO,INQUINANTI,TUMORI,NEOPLASIE,DON PALMIRO PRISUTTO


lunedì 26 giugno 2017

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I giorni di Giuda. L'ultimo intervento di Paolo Borsellino

martedì 20 giugno 2017

2017 20 GIUGNO PENALE SENT. SEZ. 1 NUM. 30323 ANNO 2017 PRESIDENTE: CORTESE ARTURO RELATORE: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE DATA UDIENZA 06 10 2016 CORTE DI CASSAZIONE INAMMISSIBILITA’ SENTENZA 4 2014 CORTE ASSISE PALERMO OMICIDIO MAFIOSO DI VINCENZO ENEA BRUNO FRANCESCO





2017
 20 GIUGNO Penale Sent. Sez. 1 Num. 30323
Anno 2017 Presidente: CORTESE ARTURO Relatore: SANDRINI ENRICO GIUSEPPE   Data Udienza 06 10 2016 Corte di Cassazione

INAMMISSIBILITA’ SENTENZA 4 2014 CORTE ASSISE PALERMO OMICIDIO MAFIOSO DI
VINCENZO ENEA  BRUNO FRANCESCO   

SENTENZA sul ricorso
proposto da:

BRUNO FRANCESCO N. IL
27/05/1951 avverso la sentenza n. 4/2014 CORTE ASSISE APPELLO di PALERMO, del
19/02/2015 visti gli atti, la sentenza e il ricorso udita in PUBBLICA UDIENZA
del 06/10/2016 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ENRICO GIUSEPPE
SANDRINI Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. MARIA FRANCESCA LOY
che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso  

L’Avvocato Luigi Pace per
la parte civile ENEA PIETRO si associa alle conclusioni del Procuratore  Generale dichiarando che ai ricorso sia
dichiarato inammissibile in subordine rispettato

L’avvocato Marchi per le altre parti civili si associa
L’Avvocato Luciano Termini, difensore dell’imputato
chiede l’accogliento dei motivi del ricorso ai quali si riporta

L’Avvocato Gioacchino Sbacchi, difensore dell’imputato,
chiede l’accoglimento del ricorso

Udito, per la parte civile, l'Avv
Udit i  i
difensori  Avv

RITENUTO IN FATTO 1. Con
sentenza pronunciata il 19.02.2015 la Corte
d'assise d'appello di Palermo ha confermato la sentenza
in data 22.05.2013
con cui il GIP del Tribunale di Palermo, all'esito di
giudizio abbreviato, aveva condannato Bruno Francesco alla
pena di anni 30 di reclusione, oltre pene e
statuizioni accessorie e oltre alle pronunce risarcitorie in favore delle parti
civili costituite, per il delitto di omicidio di Enea
Vincenzo
, aggravato dalla premeditazione e dall'aver commesso il fatto,
in concorso con altri, durante la latitanza conseguente a mandato di cattura
emesso nei suoi confronti. L'omicidio era stato commesso poco prima delle 8.00 del mattino dell'8.06.1982 in Isola
delle Femmine, davanti al lido balneare "Villaggio Bungalow",
di
proprietà della vittima, dove il cadavere dell'Enea era stato rinvenuto attinto
da numerosi colpi d'arma da fuoco. Le fonti di
prova della responsabilità dell'imputato, valorizzate dalla sentenza d'appello,
sono costituite essenzialmente dalle dichiarazioni del
figlio della vittima, Enea Pietro, corroborate da quelle dei collaboratori di
giustizia Mutolo Gaspare, Onorato Francesco e Naimo Rosario
, che avevano
reso in tempi diversi propalazioni de relato sulla causale del delitto e sui
suoi autori (provenienti tutte da soggetti intranei all'associazione mafiosa e
occupanti nella stessa un ruolo di primo piano), nonché dai riscontri tratti
dalle dichiarazioni di altri familiari della vittima e dagli accertamenti di
p.g.. Enea Pietro, che all'epoca collaborava col
padre nella sua attività di imprenditore edile, aveva riferito ai carabinieri
nell'immediatezza del fatto che la mattina del delitto, dopo essere uscito a
pesca verso le 6.00, nel passare davanti al bungalow dove doveva incontrare il
padre, aveva notato ferma a circa 200 metri
dall'ingresso una vettura Fiat 124 di colore bianco
, che non aveva più
rivisto quando era ripassato sui luoghi dopo circa dieci minuti, allorché aveva
trovato il cadavere del padre appena ucciso;
in tale occasione aveva
precisato, senza tuttavia voler verbalizzare - allora - le sue dichiarazioni,
che a bordo della Fiat 124 vi erano quattro persone, di
una delle quali aveva descritto le fattezze, che lo avevano guardato con
circospezione, una anche additandolo agli altri occupanti della vettura.
La
reticenza inizialmente dimostrata da Enea Pietro era stata attribuita dai
carabinieri al clima di intimidazione e di omertà che
aveva caratterizzato fin dall'inizio le indagini
, condizionando anche
l'atteggiamento dichiarativo del teste e inducendolo a non collaborare per
timore di ritorsioni in danno dei propri familiari; la verosimile causale
dell'omicidio era stata individuata nell'attività di impresario edile della
vittima e nei contrasti insorti con gli interessi di soggetti appartenenti alla
criminalità organizzata operanti nel settore.
Enea Pietro aveva reso
nuove dichiarazioni il 9.05.2000, nelle quali
precisava di aver riconosciuto senza ombra di dubbio, tra le persone presenti a
bordo della Fiat 124 (indicata come di colore beige) che aveva visto nei pressi
del villaggio bungalow verso le 7.30 del mattino del
giorno in cui il padre era stato ucciso, Bruno Francesco, all'epoca latitante,
il quale lo aveva salutato
; indicava il movente dell'omicidio nelle
attività imprenditoriali del padre, che aveva rifiutato
la proposta dell'imputato di diventare suo socio occulto per consentirgli di
investire denaro nell'edilizia, nonché nel contrasto insorto con la società
BBP, costituita da Bruno Giuseppe, Bruno Pietro (entrambi parenti
dell'imputato) e Pomerio Giuseppe, proprietaria di un fabbricato denominato
Costa Corsara edificato su un terreno limitrofo a quello sul quale Enea
Vincenzo aveva costruito una palazzina, di cui non riusciva a vendere gli
appartamenti perché il fabbricato della BBP aveva ecceduto la cubatura
consentita,
appropriandosi di un terreno che doveva costituire oggetto
di permuta con l'Enea e impedendo così il perfezionamento del negozio, fino a
provocare il fallimento dell'impresa della vittima;

nel corso della
conseguente lite giudiziaria con la BPP, Enea Vincenzo
aveva subito atti intimidatori, come incendi e danneggiamenti, che lo avevano
indotto ad avvicinarsi, per tentare una mediazione, all'imprenditore edile
D'Agostino Benedetto, a sua volta ucciso
. Enea
Pietro
riferiva altresì di essere stato minacciato
di morte
a seguito della ricerca di informazioni sull'omicidio del
padre, in particolare mediante una telefonata anonima ricevuta dalla madre, che
lo avevano indotto ad allontanarsi da Isola delle Femmine per timore di
ritorsioni;

le minacce subite avevano
trovato conferma nelle dichiarazioni dei familiari dell'Enea (la madre, le sorelle,
il fratello), che avevano riferito di aver appreso dal loro congiunto il
coinvolgimento dell'imputato nel delitto, nonché le relative causali nella lite con la società BPP e le intimidazioni
subite da Enea Vincenzo prima di essere ucciso
. Mutolo
Gaspare
, nelle conformi dichiarazioni da lui rese il 14.07.1993 e il
7.05.2010, aveva riferito che l'omicidio dell'Enea era stato deciso perché la
vittima non rispettava le sollecitazioni della famiglia mafiosa locale,
capeggiata da Riccobono  Rosario, e di aver appreso dal Riccobono e da altri sodali le relative modalità
organizzative ed esecutive in occasione di riunioni avvenute il giorno
precedente e nella stessa tarda mattinata del delitto nella
villa del Riccobono
, venendo a conoscenza che del gruppo di fuoco aveva
fatto parte l'imputato. Onorato Francesco aveva
riferito a sua volta di aver appreso dal Riccobono che
Bruno Francesco era un soggetto a lui vicino negli anni 1982-1983, attivo nella
zona di Isola delle Femmine, e che l'omicidio dell'Enea era stato voluto dalla
famiglia mafiosa locale, e tra gli altri anche dal Bruno, perché la vittima
disturbava gli affari mafiosi nel settore dell'edilizia
.

Anche Naimo
Rosario aveva riferito informazioni apprese in diverse occasioni e da diversi
soggetti sulla causale dell'omicidio, dovuto a motivi di costruzioni, di
terreni e di soldi, e sulla sua riconducibilità a una decisione della famiglia
mafiosa locale, capeggiata dal Riccobono
, persona con la quale
l'imputato, molto considerato nell'ambito di cosa nostra, era a diretto
contatto;

la decisione di uccidere
Enea era stata presa senza avvertire il vertice
dell'organizzazione mafiosa,
come il Nainno aveva appreso direttamente
da Riina Salvatore in occasione di un incontro nel 1985;

il collaboratore aveva
altresì appreso da Troja Antonino che questi
aveva ucciso l'Enea, insieme al Bruno e ad altri soggetti, per ordine del
Riccobono. La Corte territoriale rilevava che le
dichiarazioni testimoniali di Enea Pietro non necessitavano di riscontri, una
volta positivamente superato il vaglio di credibilità e di intrinseca
attendibilità
;

che non era emerso alcun
motivo per cui l'Enea dovesse calunniare l'imputato, a distanza di 18 anni dal
delitto e dopo aver lasciato definitivamente i luoghi, quando il clima
intimidatorio era ormai superato;
che la reticenza iniziale
dell'Enea trovava logica spiegazione nelle minacce subite e nel timore di
ritorsioni verso i familiari;
che il particolare sulla
presenza in loco della Fiat 124 era stato riferito agli inquirenti fin
dall'inizio;
che il timore nutrito nei
riguardi del Bruno era giustificato dalla sua caratura criminale di
appartenente al clan mafioso del Riccobono, all'epoca ricercato per un altro
omicidio da lui commesso;
che le divergenze
riscontrabili rispetto alle primigenie dichiarazioni del'Enea erano minimali e
spiegabili col decorso del tempo;

che il movente
dell'omicidio indicato dall'Enea aveva trovato riscontro nelle indagini di
p.g., anche con riguardo alla controversia insorta con
la BPP e alle ragioni della stessa
;

che le dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia realizzavano la convergenza del molteplice e
provenivano da soggetti la cui credibilità era stata verificata in numerosi
processi, mentre gli aspetti di genericità del loro propalato trovavano
spiegazione nella natura de relato delle dichiarazioni e nell'assenza di
diretta partecipazione al delitto.

2. Ricorre per cassazione Bruno Francesco, a mezzo dei difensori, deducendo
con unico motivo violazione di legge e vizio di motivazione, in relazione agli
artt. 546, 125, 192, 530 cod.proc.pen., 110, 575, 99 cod.pen..
Il
ricorso deduce la nullità assoluta della sentenza impugnata per inesistenza di una valida motivazione, essendosi il giudice
d'appello limitato alla pedissequa ripetizione delle argomentazioni del GUP,
rispetto alle quali l'unico elemento di difformità era costituito dalla diversa
valutazione dell'apporto fornito dai collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato
e Nainno
. Dopo aver riportato la sequenza e i contenuti delle
dichiarazioni rese dal figlio della vittima, Enea Pietro, segnalandone gli
aspetti contraddittori e inattendibili, Lr/   

il ricorso rileva che la
sentenza d'appello aveva omesso di considerare che l'Enea, nelle sue
dichiarazioni iniziali oggetto della confidenza non verbalizzata, aveva
identificato il soggetto descritto come uno degli occupanti della vettura Fiat
124 che aveva notato in sosta verso le 7.30 del mattino, poco prima del
delitto, presso i bungalow dove era stato commesso l'omicidio, in un giovane
che due settimane prima si era intrattenuto a parlare con l'amico Cardinale Antonino nel bar "La plaia" di
Isola delle Femmine
, individuato dalla p.g. in Fanara
Giuseppe
, del quale l'Enea aveva successivamente ritrattato
l'identificazione;

deduce l'assenza di
riscontri dell'attribuzione della ritrattazione dell'Enea a un clima di omertà
e intimidazione smentito dallo stesso teste;

rileva l'inconsistenza del
movente del delitto indicato dal Mutolo a molti anni di distanza sulla base di
pretese informazioni de relato;

evidenzia le divergenze
riscontrabili nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e censura
l'avvenuto riconoscimento dell'imputato, da parte dell'Enea, a diciotto anni di
distanza dall'omicidio, dopo aver serbato un lungo e ingiustificato silenzio,
nonostante il Bruno fosse persona da lui sicuramente conosciuta.
Il ricorso riporta le
censure dedotte nei motivi d'appello alle quali la sentenza impugnata non aveva
dato risposta;

contesta l'affermazione
della Corte territoriale secondo cui i motivi di gravame si erano limitati a un
esame parcellizzato dei singoli elementi di prova senza considerare la valenza
di prova testimoniale che doveva riconoscersi alle dichiarazioni di Enea
Pietro, non necessitanti di riscontri esterni una volta superato il vaglio di
credibilità;

richiama la contestazione
articolata e globale degli argomenti che il giudice di primo grado aveva posto
a fondamento della sentenza di condanna, svolta nei motivia d'appello, e deduce
la circolarità delle dichiarazioni accusatorie provenienti dai componenti della
famiglia della vittima, che avevano tutti riferito quanto appreso dalla
medesima fonte, rappresentata da Enea Pietro, di cui la difesa aveva dimostrato
l'inattendibilità. 

Il ricorso lamenta la lettura
incompleta degli atti processuali da parte della sentenza impugnata, basata
esclusivamente sulle dichiarazioni di Enea Pietro, di cui censura la
valutazione frazionata, rilavando che il teste aveva taciuto per vent'anni la
circostanza della chiamata telefonica anonima, di natura minatoria, da lui
ricevuta con l'intimazione di cessare le ricerche sulle cause dell'omicidio del
padre, e di cui era rimasto ignoto l'autore
;

deduce l'assenza di
connessione tra l'omicidio di Enea Vincenzo e quello di D'Agostino Benedetto,
che il collaboratore Gaspare Mutolo aveva ascritto a una diversa causale,
scaturita dalla mancata esecuzione a regola d'arte dei lavori di costruzione
della villa di Spatola Bartolomeo;

censura la motivazione
della sentenza di condanna basata su congetture e moventi inesistenti, privi di
riscontro negli atti processuali,   nonchè il giudizio di affidabilità attribuito
alle dichiarazioni di Enea Pietro, autore di propalazioni deliranti;

rileva che la sentenza
impugnata non aveva precisato quali fossero le interessenze
tra l'imputato e la società B.B.P.,
lamentando il travisamento della
prova sul preteso sconfinamento territoriale (smentito anche documentalmente) nell'edificazione
del complesso turistico Costa Corsara, indicato
come causa della controversia con la vittima alla quale i soci della B.B.P. erano invece estranei, riguardando la lite esclusivamente i
rapporti tra Enea Vincenzo e i proprietari (gli eredi Cardinale) del terreno
confinante col lotto, edificato dall'Enea, interessato dal frazionamento e da
permuta parziale, lite che era stata definita in epoca antecedente il delitto
così da consentire alla vittima di sbloccare la vendita degli appartamenti, come
confermato dal coniuge dell'Enea
.

3. I difensori delle parti
civili costituite hanno depositato memorie con cui hanno chiesto che il ricorso
di Bruno Francesco sia rigettato o dichiarato inammissibile.
CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è
complessivamente infondato e deve essere rigettato, per le ragioni che seguono.

2. Priva di fondamento è,
anzitutto, la censura rivolta dal ricorrente alla sentenza impugnata di essersi
limitata a recepire e riprodurre acriticamente la motivazione della decisione
di primo grado, senza confrontarsi con le doglianze proposte avverso la stessa
dalla difesa dell'imputato nei motivi d'appello e senza rispondere in modo
adeguato alle relative ragioni di gravame. Dal raffronto testuale delle
decisioni di primo e di secondo grado emerge invece che la sentenza d'appello
ha affrontato ed esaminato il nucleo essenziale delle censure dell'appellante,
ed è pervenuta alla conferma dell'affermazione di colpevolezza dell'imputato
sulla scorta di una propria, autonoma, rilettura delle risultanze istruttorie,
che ha valorizzato particolarmente la fonte di prova rappresentata dalle
dichiarazioni testimoniali del figlio della vittima, Enea Pietro, che la
sentenza del GIP aveva utilizzato principalmente come elemento di riscontro
delle propalazioni dei collaboratori di giustizia Mutolo, Onorato e Naimo.
La motivazione della
sentenza gravata, sotto tale profilo, va dunque esente da censura; per scrupolo
argomentativo, deve comunque essere ribadito l'orientamento consolidato di
questa Corte, secondo cui il ricorso da parte del giudice d'appello alla
motivazione per relationem, facente riferimento a quella del provvedimento di
primo grado, deve ritenersi in via di principio consentito, e non produce
alcuna nullità, allorché le argomentazioni del provvedimento richiamato
risultino congrue rispetto alle esigenze giustificative di quello che le
recepisce, e dalla lettura di quest'ultimo emerga che il giudice d'appello ha
preso cognizione delle ragioni sostanziali del provvedimento di riferimento e le
abbia meditate e   ritenute coerenti con la sua decisione (Sez. 6
n. 53420 del 4/11/2014, Rv.   261839; Sez. 6 n. 48428 dell'8/10/2014, Rv.
261248).

In particolare, è stata
ritenuta legittima da questa Corte la motivazione per relationem della sentenza
di secondo grado che recepisca in modo critico e valutativo quella della
sentenza impugnata, limitandosi a ripercorrere e approfondire alcuni aspetti
del complesso probatorio oggetto di contestazione da parte dell'appellante,
omettendo di esaminare quelle doglianze dell'atto di appello che avevano già
trovato risposta esaustiva nella sentenza di primo grado (Sez. 2 n. 19619 del
13/02/2014, Rv. 259929), specie se le censure formulate nell'atto di
impugnazione non contengano elementi di sostanziale novità rispetto a quelle
già condivisibilmente esaminate e disattese dalla sentenza richiamata (Sez. 2
n. 30838 del 19/03/2013, Rv. 257056). L'osservanza di tali principi, ai quali
va data continuità, risulta verificata all'esito della lettura
coordinata delle due sentenze di merito che hanno condannato l'imputato per
l'omicidio di Enea Vincenzo, avendo la sentenza d'appello legittimamente
rivisitato e integrato, mediante una più puntuale valorizzazione della capacità
dimostrativa attribuita alla testimonianza di Enea Pietro, l'impianto
motivazionale della decisione di primo grado, che aveva già esaminato e
vagliato in modo esaustivo l'intero complesso dei dati probatori acquisiti a
carico del Bruno, e rispetto alle cui valutazioni le doglianze proposte nei
motivi d'appello non deducevano elementi di reale novità.

3. Le ulteriori censure
del ricorrente che sono dirette principalmente a criticare la credibilità
soggettiva di Enea Pietro e l'attendibilità intrinseca attribuita dalla
sentenza impugnata alle sue dichiarazioni - con particolare riguardo all'affidabilità del riconoscimento nella persona
dell'imputato di uno dei soggetti presenti a bordo dell'autovettura Fiat 124
che il teste aveva visto ferma in sosta nelle prime ore del mattino
dell'8.06.1982 nelle adiacenze del luogo (il lido balneare "villaggio
bungalow" di Isole delle Femmine) dove, in immediata successione
temporale, era stato consumato l'omicidio del padre, riconoscimento operato
dall'Enea per la prima volta nelle dichiarazioni rese il 9.05.2000
, a
diciotto anni di distanza dal fatto - non si confrontano adeguatamente col dato
testuale per cui la sentenza d'appello ha individuato nel narrato dell'Enea uno
degli elementi, per quanto rilevante, di prova della responsabilità del Bruno,
che si inserisce in un quadro dimostrativo più ampio e convergente, composto
anche dai contenuti delle propalazioni di tre collaboratori di giustizia e
dalle dichiarazioni degli altri familiari della vittima, ulteriormente
convalidato da elementi di riscontro tratti dagli accertamenti investigativi
compiuti dai carabinieri all'epoca del delitto, quadro la cui univoca
concludenza probatoria era già stata argomentata e valorizzata dal GIP nella
sentenza di primo grado. 

La Corte distrettuale ha verificato, con
argomentazioni congrue che si saldano a  quelle
del GIP, l'affidabilità complessiva delle dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia Mutolo, Onorato e Naimo, già validata in altri processi, provenienti
da soggetti organicamente inseriti nell'organizzazione mafiosa di "cosa
nostra", con specifico riguardo all'autonomia reciproca delle rispettive
propalazioni de relato (frutto di informazioni e confidenze ricevute in tempi e
contesti diversi, da fonti primarie - quantomeno parzialmente - differenti) e
alla sussistenza del requisito della convergenza del molteplice sul nucleo
essenziale del narrato concernente il coinvolgimento dell'imputato nella
decisione e nell'esecuzione dell'omicidio, le causali del delitto e
l'indicazione dei relativi mandanti negli esponenti
della famiglia mafiosa locale, capeggiata da Riccobono Rosario, alla quale
apparteneva (anche) il Bruno, coi cui illeciti interessi economici la vittima
era entrata in conflitto nell'esercizio della sua attività imprenditoriale.


La sentenza impugnata ha
giustificato con la natura de relato delle informazioni riferite dai
collaboranti le imprecisioni, di (ritenuto) carattere non decisivo, ravvisabili
nelle loro dichiarazioni, e ha dato conto della sostanziale convergenza del
loro racconto con quello di Enea Pietro in ordine alle ragioni fondamentali
dell'omicidio del padre, dovute alla sua attività di impresario edile, e alla
causale "mafiosa" del delitto, in cui l'imputato era coinvolto in
veste di compartecipe del sodalizio criminale capeggiato dal Riccobono e di
soggetto direttamente interessato alle relative attività illecite. La Corte di
merito ha spiegato in termini che non presentano aspetti illogici (e, comunque,
certamente non manifestamente illogici), ma che hanno trovato anzi riscontro in
altre acquisizioni istruttorie, le ragioni della tardività del riconoscimento
dell'imputato - come uno degli occupanti della Fiat 124 ferma sul luogo del
delitto - operato da Enea Pietro solo nell'anno 2000, mentre nelle
dichiarazioni rese ai carabinieri nell'immediatezza del fatto (e che allora non
aveva voluto verbalizzare) il teste non aveva fatto riferimento al Bruno;

sul punto, la sentenza
d'appello ha valorizzato il clima di omertà esistente all'epoca e il timore
suscitato nel figlio della vittima dalle gravi intimidazioni che avevano
preceduto e seguito l'esecuzione dell'omicidio, e che lo avevano anche
personalmente riguardato, inducendo l'Enea a essere reticente con gli
inquirenti per evitare ritorsioni e non mettere in pericolo la propria vita e
quella dei suoi familiari, tanto da determinarsi a lasciare i luoghi e
trasferirsi altrove a seguito delle minacce di morte che aveva ricevuto qualora
non avesse smesso di cercare informazioni sulle ragioni dell'uccisione del
genitore;

il superamento, per
effetto del decorso di un ampio intervallo temporale e del mutato contesto
circostanziale, dell'originario clima di paura giustificato dalla caratura criminale del Bruno (allora latitante e ricercato
per un altro omicidio),
spiega dunque - secondo i giudici di merito - la
tardività della decisione di Enea Pietro di rendere   piena e
completa testimonianza su tutto ciò che aveva effettivamente visto la mattina
dell'omicidio, ivi inclusa la presenza in loco dell'imputato, persona che egli
non avrebbe avuto ragione di accusare falsamente a così tanti anni di distanza
dall'episodio criminoso. 

L'esistenza, all'epoca
dell'omicidio e subito dopo di esso, del clima di omertà e delle condotte
intimidatorie - descritte da Enea Pietro - che avevano riguardato tanto Enea
Vincenzo, che aveva dovuto subire danneggiamenti e incendi nei propri cantieri
prima di essere ucciso, quanto gli stretti congiunti della vittima, ha trovato
riscontro, secondo la conforme ricostruzione delle risultanze probatorie
operata sul punto da entrambe le sentenze di merito, sia nelle indagini di p.g.
allora svolte, sia nelle dichiarazioni testimoniali di altri componenti del
nucleo familiare della vittima, in particolare la moglie Cataldo Giuseppa e la
figlia Enea Maria Teresa, sui contenuti minatori delle telefonate anonime da
esse ricevute nei mesi successivi al delitto, in cui l'ignoto interlocutore le
aveva avvisate che se Enea Pietro avesse continuato a fare domande
sull'omicidio del padre avrebbe fatto la stessa fine del genitore; al riguardo
non sussiste, perciò, la circolarità degli elementi di riscontro lamentata dal
ricorrente, in quanto le circostanze appena indicate sono state riferite dagli
altri congiunti della vittima come frutto di propria scienza diretta, e non per
averle apprese de relato da Enea Pietro, e sono state perciò correttamente
valorizzate dai giudici di merito come elementi di conferma esterna del
racconto di quest'ultimo, che è stato adeguatamente vagliato nella sua
attendibilità intrinseca ed estrinseca.

4. La sentenza impugnata
non è dunque incorsa nei vizi di legittimità lamentati dal ricorrente, e la
condanna dell'imputato non è stata fondata dalla Corte distrettuale su una
lettura parziale e incompleta degli atti processuali, basata esclusivamente
sulle dichiarazioni, in tesi difensiva inaffidabili, di Enea Pietro, senza
fornire risposta ai motivi d'appello. 

La rilettura
delle risultanze istruttorie operata dalla sentenza d'appello non si pone, come
si è detto, in sostanziale contrasto con la motivazione della sentenza di primo
grado, avendo la Corte distrettuale ribadito la capacità dimostrativa delle
propalazioni dei collaboratori di giustizia che erano già state ampiamente
scandagliate e giudicate affidabili dal GIP, ed avendo riconosciuto autonoma
efficacia probatoria alle dichiarazioni testimoniali di Enea Pietro che già il
primo giudice aveva ritenuto attendibili e idonee a riscontrare, insieme agli
altri elementi apportati dalle dichiarazioni dei prossimi congiunti della
vittima e dalle emergenze investigative, le chiamate in reità effettuate a
carico dell'imputato dal Mutolo, dall'Onorato e dal Nainno.
 

Il nucleo
fondante e decisivo della prova della responsabilità dell'imputato  nell'omicidio di Enea Vincenzo è stato
individuato e argomentato da entrambe le sentenze di merito, sia pure con una
diversa accentuazione dell'importanza dell'una rispetto all'altra fonte dimostrativa,
nella convergenza fondamentale delle propalazioni de relato dei collaboratori
di giustizia, da un lato, e delle dichiarazioni testimoniali - frutto di
scienza diretta - del figlio della vittima, dall'altro, e nella capacità dei
rispettivi narrati di riscontrarsi reciprocamente sui dati essenziali della
partecipazione del Bruno al delitto e sulla causale mafiosa (di tipo locale)
dell'omicidio, idonea a spiegare il concorso dell'imputato alla relativa
commissione in qualità di appartenente alla famiglia mafiosa (allora capeggiata
dal Riccobono) i cui interessi illeciti erano entrati in conflitto con le
attività della vittima nel settore dell'edilizia. In relazione a tali elementi
essenziali della ricostruzione probatoria del fatto e della responsabilità
dell'imputato la sentenza impugnata ha esplicitato in modo congruo le ragioni
del proprio convincimento e si è confrontata con le doglianze dell'appellante,
costituenti sostanziale riproposizione degli argomenti difensivi già disattesi
dalla decisione di primo grado, ritenendole infondate sulla scorta di un
percorso motivazionale immune da vizi logico-giuridici, che si salda a quello
del GIP;

la verificata esistenza di
un vaglio complessivamente adeguato della capacità dimostrativa posseduta dagli
elementi portanti della ricostruzione accusatoria nei confronti del Bruno, che
risponde alle censure principali del ricorrente, comporta dunque l'assolvimento
dell'obbligo motivazionale gravante sul giudice di merito (e su quello
d'appello in particolare), il quale - come è stato chiarito con orientamento
costante da questa Corte - non è tenuto a compiere un'analisi approfondita di
tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le
risultanze processuali, essendo sufficiente che, anche attraverso una
valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico e
adeguato, le ragioni del proprio convincimento, dimostrando che ogni fatto
decisivo è stato considerato, così da potersi ritenere implicitamente disattese
le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano
logicamente incompatibili con la decisione adottata (Sez. 4 n. 26660 del
13/05/2011, Rv. 250900; Sez. 6 n. 20092 del 4/05/2011, Rv. 250105; Sez. 4 n.
1149 del 24/10/2005, Rv. 233187).

L'incensurabilità,
in sede di scrutinio di legittimità, dell'apparato motivazionale della sentenza
d'appello, che discende dalla riscontrata confutazione degli argomenti
costituenti l'ossatura principale dei motivi di gravame dell'imputato, toglie
perciò rilevanza alla doglianza - sulla quale la difesa ha particolarmente
insistito nel ricorso - diretta a censurare l'insufficienza o l'incongruenza
della risposta fornita dalla Corte territoriale alle critiche rivolte nell'atto
di appello all'individuazione, da parte di Enea Pietro, di una delle ragioni di
attrito tra il   padre e il Bruno, precedenti l'omicidio, nello
sconfinamento immobiliare del complesso turistico di proprietà di una società -
la B.B.P. - partecipata (anche) da parenti dell'imputato in danno del lotto
limitrofo edificato da Enea Vincenzo, 

che aveva pregiudicato le
successive operazioni di frazionamento catastale, di permuta e di vendita degli
appartamenti delle palazzine costruite dalla vittima, determinando l'insorgenza
di una lite e il fallimento della sua impresa;

l'accertamento
della reale dinamica della relativa vicenda, di natura civilistica, e del ruolo
del Bruno nella società coinvolta (B.B.P.), riveste infatti un obiettivo ruolo
secondario, e non decisivo, nella ricostruzione complessiva degli elementi di
prova acquisiti e valorizzati dai giudici di merito a carico dell'imputato.
5. Al rigetto
del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali; l'imputato, soccombente nei confronti delle parti civili, deve
inoltre essere condannato a rifondere alle stesse, i cui difensori sono
comparsi in udienza rassegnando le proprie conclusioni, le spese sostenute nel
presente giudizio, che si liquidano nelle misure rispettive indicate nel
dispositivo.

P.Q.M. Rigetta il ricorso
e condanna
il ricorrente al pagamento
delle spese processuali, nonché a rimborsare le spese sostenute per questo
giudizio dalle parti civili Enea Pietro, che liquida in C 4.059,80, di cui C
59,80 per esborsi ed C 4.000,00 per onorari, oltre spese generali (15%), iva e
cpa, e, cumulativamente, Cataldo Giuseppa, Enea Riccardo, Enea Rosalia, Enea
Maria Teresa, Enea Valerio, Enea Elisa, che liquida in complessivi C 8.000,00,
oltre spese generali (15%), iva e cpa. Così deciso il 6/10/2016


MICALIZZI MICHELE: genero di Riccobono.
MUTOLO GASPARE: elemento di spicco della famiglia di
Rosario Riccobono.
RICCOBONO ROSARIO: rappresentante di
Partanna Mondello nel 1975 e dal 1978. Suo fratello Giuseppe, a sua volta
rappresentante di Partanna-Mondello, venne ucciso il 27.7.1961. Condannato all'ergastolo.
Scomparso, forse vittima di lupara bianca nel 1982. era socio della cooperativa
edilizia Liberta'. Reggeva i contatti con alcuni membri della famiglia
Santapaola a Catania.
BADALAMENTI GAETANO (zu' Tanu)(**): capo
famiglia di Cinisi dal 1962 quando succede, pacificamente, a Cesare Manzella
rappresentante in seno alla commissione. Rappresentante della famiglia di
Cinisi nel 1975, viene espulso da Cosa Nostra nel 1978 per motivi oscuri. E'
attivo nel traffico degli stupefacenti anche dopo questa data, il 22.5.84,
infatti, viene colpito da mandato di cattura. Viene arrestato a Madrid
l'8.4.1984.
BADALAMENTI SILVIO: nipote di Gaetano,
assassinato il 2.6.1983.
BADALAMENTI VITO(**): di Gaetano. Arrestato con il padre
a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di stupefacenti, mandato di cattura
22.5.84.
ALFANO PIETRO(**): Cugino di Gaetano Badalamenti.
Arrestato con Gaetano Badalamenti a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di
stupefacenti, mandato di cattura 22.5.84.
D'AGOSTINO EMANUELE: elemento di spicco
della famiglia di S.Maria del Gesu'. Fedelissimo di Bontate, scompare dopo la
morte di quest'ultimo. Coinvolto nel traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: catturato mentre si
nascondeva con Giuseppe Grado nella villa di questi a Besano. Era il
guardaspalle di quest'ultimo. Traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: di Ignazio e di Bonanno
Caterina, Palermo ?/6/1946. Detenuto (~).
GALLINA STEFANO: membro della famiglia di Cinisi,
ucciso il 1.10.1981.



























Bruno Francesco, BRUNO GIOVANNI D'AGOSTINO BENEDETTO, BRUNO PIETRO, CARDINALE, CARDINALE RITA BARTOLA, ENEA VINCENZO. ENEA PIETRO. VASSALLO GIUSEPPE. COSTA CORSARA. BBP, GALLINA, LUCIDO, pomiero, UVA,